La valigia messicana e gli scatti di tre giovani fotogiornalisti: Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour.
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La storia ebbe inizio nel lontano 1936, esattamente 90 anni fà.
Avevano poco più di vent'anni, nel 1936, quando la Spagna si squarciò in una guerra fratricida che avrebbe anticipato gli orrori del secolo, loro tre partirono insieme con l’urgenza di fotografare e testimoniare la resistenza umana nel cuore della devastazione e l’orrore della guerra.

Tre giovani fotografi che la vita aveva strappato dalle loro terre – Ungheria, Germania, Polonia – per farli incontrare a Parigi negli anni ‘30, quella città che accoglieva i sognatori e i disperati con la stessa generosità.
Il mestiere del fotografo, in quel periodo, veniva considerato dalla società come una professione di basso livello e di poco valore, concezione che si riflette anche nei compensi da fame riservati agli aspiranti fotografi.
Presero le loro macchine fotografiche e partirono per la Spagna. Sapevano che ogni foto che avrebbero scattato, sarebbe stata importante: la prova di quello che stava accadendo, la memoria di chi soffriva e di chi combatteva.
Gerda non vide la fine di quella guerra. Il suo corpo giovane fu schiacciato da un carro armato repubblicano durante la battaglia di Brunete, pochi giorni prima che compisse ventisette anni. Quando la riportarono a Parigi, migliaia di persone scesero in strada per accompagnarla nell'ultimo viaggio. Era già leggenda, già mito, già memoria collettiva.

Da una parte c'erano i militari, comandati dal generale Francisco Franco. Dall'altra il governo repubblicano, appena nato, che voleva fermare il fascismo che si stava diffondendo nel paese.
La situazione peggiorava ogni giorno. Le tensioni diventarono scontri, gli scontri diventarono violenza. In mezzo a tutto questo caos, tre giovani fotografi immortalarono scene di vita.
Gerda non vide la fine di quella guerra. Il suo corpo giovane fu schiacciato da un carro armato repubblicano durante la battaglia di Brunete, pochi giorni prima che compisse ventisette anni. Quando la riportarono a Parigi, migliaia di persone scesero in strada per accompagnarla nell'ultimo viaggio. Era già leggenda, già mito, già memoria collettiva.
La “valigia messicana” è una storia particolare, è una macchina del tempo, contiene frammenti di vite umane, immortalati da tre grandi fotografi durante il conflitto civile spagnolo del 1936. Tre scatole che contenevano centoventisei rullini. Oltre quattromila e cinquecento istanti congelati nel tempo. Frammenti di verità che custodivano non solo lo sguardo di Capa, ma anche quello di due anime altrettanto coraggiose: Gerda Taro e David Seymour.

La storia della “valigia messicana” comincia nel 1939, a Parigi. Preoccupato
per l’avvicinarsi delle truppe naziste, Robert Capa decide di fuggire dalla città
e di abbandonare il suo studio al 37 di rue Froidevaux, nei pressi del cimitero
di Montparnasse. Capa raccolse in una valigia alcuni dei più importanti
negativi scattati da lui, Gerda e Seymour durante il conflitto spagnolo e decise di
partire per New York, lasciando la valigia in custodia al suo aiutante e amico,
il fotografo Csiki Weiss, che provò ad inviarli in Messico, tuttavia non ci riuscirà, perché venne imprigionato e deportate in un campo di prigionia in Marocco. Da quel momento si perderanno le tracce di 4300 negativi fino al loro ritrovamento dopo quasi 70 anni.
Le tre scatole finirono nelle mani del generale Aguilar, che era stato ambasciatore messicano a Vichy. Le custodì come un segreto di famiglia, in una casa dove il tempo sembrava essersi fermato. Weiss sopravvisse alla guerra, si stabilì in Messico, visse a pochi passi da quella casa per decenni. Morì senza mai sapere che i negativi erano stati così vicini, protetti dal silenzio e dall'oblio per quasi settant'anni.
“Un miracolo è ancora possibile”. Con queste parole Cornell Capa, fratello del celebro fotoreporter, nel 1995 esultò per il ritrovamento della valigia contenente i negativi perduti. Immagini che appartengono alla storia della fotografia.
Un terzo dei negativi sono stati attribuiti a Capa, ma 46 rullini appartengono a David Seymour e 32 si ritiene siano state scattate da Gerda Taro.
La valigia
era stata ereditata da un regista messicano di nome Benjamin Tarver l. Per anni non sa bene cosa farsene.
Poi, nel 2007, una documentarista di nome Trisha Ziff lo convince a donare tutto all'International Center of Photography di New York.
Finalmente, dopo decenni di silenzio, il contenuto della valigia torna alla luce.
E Trisha Ziff decide di raccontare questa storia straordinaria in un documentario.
Il documentario: La valigia messicana (The Mexican Suitcase, 2011)
Il docu-film è stato creato dalla documentarista britannica Trisha Ziff nel 2011, e narra attraverso i contributi di testimoni e studiosi di 4.500 negativi – che verranno poi attribuiti a Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour – dalla Francia fino in Messico e poi a New York: un caso che è diventato, negli anni, un giallo internazionale. Il documentario è supportato da una toccante colonna sonora di Michael Nyman, tra i più celebri compositori contemporanei.
La Valigia Messicana analizza ed esplora le immagini della guerra civile spagnola catturate da questi tre straordinari fotografi e racconta il viaggio di questi negativi.
Racconta di come il Messico abbia aperto le sue porte a migliaia di rifugiati spagnoli,
Il documentario racconta la fotografia come forma d’arte, l’origine del fotogiornalismo durante la guerra di Spagna e, in modo emblematico, narra la storia del Novecento, intrecciando i temi dell’esilio, della perdita di memoria e della ricerca di identità.
questi preziosi negativi hanno fatto viaggi e passaggi di proprietari per anni per poi sparire nel nulla e venire ritrovati solo nel 1995 e resi noti al mondo interno nel 2007 – con l’acquisizione dei negativi da parte dell’International Center of Photography di New York fondato nel 1974 da Cornell Capa, fratello di Robert – e che lavora alla corretta attribuzione degli scatti. Negli anni in cui si è sviluppato il fotogiornalismo, spesso i fotografi non firmavano le loro immagini e i giornali le pubblicavano senza i crediti. Proprio grazie alle ricerche dell’ICP, sono emerse con chiarezza l’importanza e la qualità del lavoro di Gerda Taro, restituendole così il giusto rilievo nella storia del fotogiornalismo.
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