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Ferite invisibili: Il trauma come motore creativo nella Letteratura e nell’Arte

Aggiornamento: 5 giorni fa

Il trauma non è mai un evento che si esaurisce nel passato, diventa il terreno su cui si costruiscono nuove narrazioni storiche e legami identitari. In questo senso, la memoria storica è sempre un atto selettivo di ricostruzione e interpretazione, che attribuisce un significato a ciò che è stato e ne determina il posto nell'immaginario collettivo.



La narrazione del trauma può assumere diverse forme: da memoriali, monumenti ai film, dai libri ai documentari, tutte modalità che servono a ritualizzare e a significare l'evento traumatico.

L’atto di raccontare il trauma è anche un modo di ridurre la sua intensità emotiva e di distanziare il dolore, consentendo di integrarlo nella propria memoria storica senza esserne sopraffatta.

I ricordi traumatici, quando riemergono, non sono semplici rievocazioni di fatti, ma sono accompagnati da intense emozioni, sensazioni corporee, e angoscia. Il trauma, in questo senso, non è solo un evento del passato, ma resta ancorato nel presente, riattivato da stimoli che richiamano l’esperienza originaria.

Nell’“Introduzione alla psicanalisi”, Freud definì il trauma come un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua elaborazione è molto complessa, di fatto ne conseguono disturbi permanenti che infastidiscono la normale attività della psiche.

Il trauma viene approfondito non solo dal lato psicologico e mentale, ma anche nelle rappresentazioni artistiche, l’inconscio trova espressione.



Oskar Kokoschka, Cavaliere Errante (Der irrende Ritter), 1914-15
Oskar Kokoschka, Cavaliere Errante (Der irrende Ritter), 1914-15

Oskar Kokoschka, pittore viennese, dei primi del Novecento, ebbe un'infanzia segnata dal trauma, causato da eventi familiari difficili da elaborare per un bambino sensibile.

La sua abilità artistica, gli permise di esternare il trauma interiore che lo accompagnava come un “fantasma” dentro di lui. Nelle sue creazioni, che sono giunte fino a noi, si nota che la frammentazione delle linee, le forme angolose, mostrano come nell’animo dell’artista, specchio dell’anima del tempo, convivono una fragilità sempre presente e mancanza di tranquillità. Il dipinto: Il cavaliere errante, venne iniziato prima di partire per il fronte orientale durante la Prima Guerra Mondiale per poi terminarlo al suo ritorno.


Charles Sims, pittore inglese, contemporaneo di Kokoschka, prima dello scoppio della Grande Guerra, la sua arte spaziava dai ritratti, ai paesaggi, e a temi di pittura decorativa. I suoi dipinti erano una visione magica e sognante, un mondo fatato e luminoso, l'intrusione del fiabesco e dell'elemento mitico nella vita quotidiana.

Charles Sims, The Fountain, (1907/8)
Charles Sims, The Fountain, (1907/8)

Lo scoppio della 1° Guerra mondiale, inesorabilmente modifica il suo stato d'animo, uno dei suoi figli muore durante una missione sulla Royal Navy, è venne dato per disperso in mare.

Il dolore fu così forte che la sua mente restò traumatizzata e non riuscì ad elaborare in modo razionale l'evento. Secondo la sua biografa,H. Cecilia Holmes, Sims riteneva che la guerra avesse violato l'innocenza delle generazioni future e che la Storia non poteva più essere personificata come una bella dea che trasmetteva saggezza, ma che aveva lezioni più violente da insegnare. Non si fermò con la pittura, ma le sue tele parlavano per lui: colori cupi e figure alienate presero il posto della luce e dei paesaggi sereni. Sims sperimentò l’allucinazione e la paranoia, la sua arte venne considerata idiosincratica attraverso il disturbo psichiatrico.



Charles Sims,I Am the Abyss and I Am Light (1928)
Charles Sims,I Am the Abyss and I Am Light (1928)

In particolare nel dipinto: I am the Abyss and I am the Light”, prendono vita le visioni distopiche della mente traumatizzata.

I colori e le forme delle figure sono spettrali, si intravedono corpi capovolti e dilaniati dal dolore e riversati su stessi come ad implodere e disintegrarsi.





La letteratura, la filosofia e le arti visive hanno contribuito al percorso evolutivo sullo studio del trauma, offrendo sia descrizioni che dando forma a qualcosa che è invisibile ma che manifesta la sua presenza.

L’umanista Cathy Caruth descrive il trauma come “risposta, a volte ritardata, ad un evento molto intenso, che prende la forma di ripetute, intrusive allucinazioni, sogni, pensieri o credenze provenienti dall’evento”.

Nonostante il trauma fosse sempre esistito, non fu mai riconosciuto come tale fino al 1980.



Dan Flavin, un’artista americano ha realizzato nel 1966 l'installazione luminosa, intitolata: Monument 4, è in esposizione presso Villa Panza di Biumo a Varese. Si tratta di un’opera di luce, che è stata realizzata dall'artista, alla memoria di suo fratello gemello, rimasto ucciso durante la guerra in Vietnam, e dei suoi compagni che hanno perso la vita insieme a lui.

In questa Villa settecentesca, dopo aver percorso un corridoio luminoso con alternanza di luci rosa, gialle e verdi, e aver sperimentato gli effetti sensoriali delle creazioni luminose, si accede ad una stanza che all’apparenza ti accoglie con un'intensa luce colorata di rosso.


Dan Flavin, Monument 4, Dan Flavin (1966)
Dan Flavin, Monument 4, Dan Flavin (1966)

La scenografia è minimalista, una stanza spoglia con solo tre luci rosse al neon applicate in un angolo, come sospese, che danno forma ad una scultura. Solo con due semplici elementi, si genera un clima strano: la sensazione che la stanza sia piena e non vuota, si percepisce un senso claustrofobico. La luce rossa invade come a fagocitare e monopolizzare la mente dello spettatore così da condividere con l’artista quel senso di oppressione della mente. Rosso come sangue, come dolore, lo spettatore è invaso dal colore che diventa protagonista.

La sensazione è quella di essere a bagno nel dolore, si sperimenta la forte comunicatività emotiva dell’arte.


Dan Flavin materializza in questo modo il suo trauma interiore, e che attraverso il dialogo interiore ha dato vita a tutte le sue opere. In Italia, oltre alla presenza presso il museo della Luce, a Varese, è possibile visitare a Milano: la chiesa rossa (Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, creata nel 1930) al suo interno Flavin, nel 1996, poco prima di morire, ha creato un'opera di luce che mette in risalto una chiesa di già notevole pregio architettonico.


Il cinema, con l'introduzione del flashback nelle sequenze dei film, ha fornito agli psicologi, un valido supporto per descrivere quello che avviene nella mente di chi è affetto da PTSD (post traumatic stress disorder - disturbo post traumatico da stress).

Intorno agli anni 80 iniziano a circolare i primi film sulla guerra del Vietnam che ricreano le scene di massacri di massa e riproducono le situazioni a cui erano esposti i veterani: i ripetuti shock subiti, che hanno alterato la loro percezione della realtà. La mente esposta a continui stress emotivi, non è più in grado di funzionare in modo normale e ricrea ripetutamente le stesse alterazioni e allucinazioni, non riuscendo più ad uscire dal loop che si è scatenato. Una realtà alienata che non fa parte del presente ma di un passato che anche se temporalmente trascorso è ancora presenza costante ed invadente.


Nel film “Il cacciatore” di Michael Cimmino, il primo film che tratta il trauma, narra la storia di tre giovani amici che sono protagonisti della guerra del Vietnam, combattono una guerra non loro, che li segnerà profondamente non soltanto nel corpo. L’inferno della guerra non viene raccontato attraverso i fucili e i carri armati, ma attraverso l’inferno interiore di chi l‘ha vissuta, attraverso le cicatrici. Nel film viene rappresentata la metamorfosi della loro esistenza: uno dei personaggi, Nick, che amava gli alberi e si meravigliava per le forme così diverse, in cui la natura manifestava la sua potenza creatrice, dopo l’evento traumatico, non sarà più in grado di percepire forma e colore. Da quel momento in poi la sua vita diventa una danza sul ciglio di un precipizio che non può che finire con l’inghiottirlo.






Altri film e libri seguiranno, dove i protagonisti sono affetti da patologie mentali o da condizioni post-traumatiche da stress, Si sviluppa il filone dei mind-game film, dove non ci si limita a mettere in scena problematiche di personaggi in crisi ma uno sguardo verso altri mondi possibili della mente.


Il registra Christopher Nolan è uno specialista di questo genere di film traumatici, le ambientazioni fanno solo da sfondo alle trame psicologiche che indagano i percorsi della mente dall’interno. Tra le sue creazioni, c'è un film in particolare: Memento (2002), che crea la sensazione di accedere direttamente ad una coscienza esterna, il protagonista del film è affetto da un’amnesia post traumatica, e non ha più la memoria a breve termine.






Il regista struttura il film sulla proiezione dello spettatore nella mente del protagonista, per fargli vivere la sua confusione e le sue insicurezze. Lo spettatore è costretto a doversi districare nei percorsi tracciati da un narratore inattendibile, viene creata una confusione spaziale che è la stessa che vive il protagonista: l’incapacità di cogliere la consequenzialità degli eventi e il tempo che trascorre. Ogni spettatore vive e sente il film con un approccio diverso e personale, come un documentario sulla mente di chi ha subito un trauma e ci convive come una ferita che non rimargina e continua a sanguinare. Una delle caratteristiche importanti e fondamentali per l'evolversi della trama è la perdita di memoria a breve termine del protagonista, che non riesce a ricordare ciò che ha vissuto pochi minuti prima, allo stesso modo lo spettatore non riesce a cogliere (inizialmente) la concatenazione causa-effetto degli eventi del film. I ripetuti flashback che ingombrano la mente e si impossessano di tutti i suoi pensieri che sono disturbati da quell’evento, i continui spostamenti su scene vissute in passato ma che sembrano talmente reali che avviene l’esatto opposto: l’estraniamento dal presente reale per alimentare i ricordi del passato. Lo spettatore vive questa alterazione (inversione) cronologica come un processo di progressivo disorientamento che ha ripercussioni anche di natura spaziale. Il film è composto dall’alternanza di scene a colori e in bianco e nero (due traiettorie narrative, in cui tutte le scene procedono in avanti, ma sono disposte in ordine inverso) in cui la sezione a colori porta lo spettatore indietro nel tempo, mentre le scene in bianco e nero forniscono indizi sull’andamento del racconto.

Sempre sul trauma psichico e sui disturbi post traumatici da stress, nel 2014 viene prodotto un film tratto da una storia vera e raccontata dal sopravvissuto in un libro pubblicato nel 1995; si tratta di “Railway man”, è una storia che comincia nella seconda guerra mondiale, il protagonista è Erik Lomax.




Nel 1942 viene catturato dai giapponesi e rinchiuso in un campo di concentramento in Thailandia sulla linea Burma-Siam, nota come “ferrovia della morte” per i prigionieri costretti a lavorarci. Erik viene sottoposto ad interrogatori violenti e a torture abominevoli. Poi la guerra termina e lui ritorna alla vita di prima in Scozia, si sposa per tentare di dimenticare, ma la sua vita è segnata per sempre. Vive di continui incubi che vengono proiettati come flashback inaspettati durante il giorno: quando si trova davanti ad una scrivania, si blocca, la sua mente aziona il rewind e ritorna all’evento traumatico, si ammutolisce e entra in uno stato di tensione. I fantasmi del passato non hanno mai abbandonato Erik e nonostante siano trascorsi molti anni dalla terribile prigionia le sue ferite non si sono ancora rimarginate e riemergono vivide e dolorose ossessionandolo anche durante il sonno. L’intreccio narrativo presenta una continua successione di scene del passato e del presente, i colori tenui e delicati delle scene del presente sono in netto contrasto con i colori vividi e forti delle scene del passato, come a sottolineare che la memoria è ferma a quel passato e si ripete all’infinito come un disco rotto: sempre le stesse scene che invadono la mente e non lasciano spazio a nuove realtà.



René Magritte, è stato un pittore surrealista belga nato nel 1898 e morto nel 1967. Inizio a dipingere sin da adolescente, attraversò un periodo futurista, cubista e poi il surrealismo che si sviluppò in Francia

nel 1924, teorico del gruppo fu lo scrittore André Breton che ne redisse anche il Manifesto. Secondo Breton, il sogno rappresenta gran parte dell’attività del pensiero umano. Solo conciliando i due momenti, quello della veglia e quello del sogno possiamo giungere ad una realtà superiore (appunto una surrealtà).

Magritte trascorse tutta la vita in Belgio, tranne alcuni anni a Parigi. La sua tecnica pittorica, che lo rese famoso e così attuale, è l'utilizzo di semplici elementi ripetuti, cosi da creare un'atmosfera surreale.

All'età di 14 anni, subì un evento importante che lo segnò per tutta la vita: nel 1912 infatti, la madre venne trovata annegata nel fiume Sambre, con la testa avvolta da una camicia da notte.

Il ricordo della camicia da notte che copre il volto, ritorna come un leit motiv in moltissimi lavori di Magritte L'immagine della madre rimase impressa nella sua mente e influenzò tutta la sua forma di espressione artistica.


Nei suoi dipinti trova ampio spazio l’idea dell’affollamento del pensiero mentale, come nel dipinto “La camera d’ascolto":

una mela verde gigante che occupa tutto lo spazio scenico, lambisce i confini perimetrali di una stanza spoglia, appena accennato uno scorcio di panorama marino, colori tenui che tuttavia creano una sensazione di disagio. Una situazione che è in bilico, da un momento all'altro può succedere qualcosa. La mela sembra venire incontro allo spettatore, quasi a sfidarlo per prendere il sopravvento nei suoi pensieri.


La camera d'Ascolto (La chambre d'écoute), 1958
La camera d'Ascolto (La chambre d'écoute), 1958

La mela è spesso un soggetto nella pittura di René Magritte, in quest'opera è rappresenta una banale mela che rivela la sua esistenza occupando tutta la stanza, l'attenzione è sul carattere claustrofobico dell'immagine, la stanza non ha lo spazio per nient'altro; non è possibile entrarvi. La mela è un' invasore, una forza militare d'occupazione, un occupante a tutti i costi. Abbiamo subito una perdita di spazio. La mela...non solo occupa lo spazio del quadro ma si spinge anche nel nostro spazio, come se minacciasse un assalto.

Magritte dimostra come il senso della vista sia solo un muto recettore di immagini, che in realtà saranno sempre misteriose alla nostra mente.


Nella nostra contemporaneità, viviamo tutti i giorni da spettatori più o meno consapevoli di eventi traumatici che presenteranno inevitabilmente un condizionamento delle nostre attività.


Jacques Lacan è stato un importante psicanalista francese del Novecento, interessato ed appassionato delle arti come funzioni espressive dell'interiorità. Ha parlato dell'arte, non come esperto o critico, ma come analista per spiegare i concetti psicoanalitici. La scrittrice Valentina Galeotti nel suo libro: La verità della bellezza: colloquio sull'arte con Jacques Lacan, tratta il rapporto di Lacan con le rappresentazioni artistiche e le funzioni svolte di espressione di vuoto interiore generato dal trauma.

Il trauma, come dice Lacan, “non è un sogno”, piuttosto è un buco, una lacerazione, che richiede una sutura che dia al soggetto la possibilità di ripartire al di là dell’illusione di unitarietà e sicurezza che il trauma ha scompaginato.




Consigli di lettura per approfondire l'argomento del trauma:



Appadurai A., Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization, Minneapolis, University of Minnesota, 1996

Belpoliti M., L’età dell’estremismo, Parma, Guanda, 2014

Buonauro A., Trauma, cinema e media. Immaginari catastrofici e cultura visuale del nuovo millennio, Roma, Bulzoni, 2014

Caruth C., Trauma. Explotations in Memory , Baltimore, Johns Hopkins University press, 1995.

Galeotti V., La verità della bellezza, colloquio sull'arte con Jacques Lacan, Quodlibet studio, 2021.

Pagliardini A., Jacques Lacan e il trauma del linguaggio, Galaad Edizioni, 2011.


Romanzi:

Amis Martin, La freccia del tempo, Feltrinelli

Ballard J.C., La mostra delle atrocità, Feltrinelli

Bronte Charlotte, Jane Eyre, Einaudi










 
 

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