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Trieste, città di scrittori e di confini

Una passeggiata autunnale tra le voci di Svevo, Joyce, Saba e altri spiriti inquieti del mare Adriatico.


C’è un vento sottile che a Trieste non smette mai di soffiare, nemmeno in autunno. È la Bora leggera di ottobre, quella che non strappa gli ombrelli, ma piega appena i pensieri. In quella sera umida e luminosa di lampioni gialli, Clara cammina lungo le vie lastricate del centro storico, stringendosi nel cappotto e lasciando che la città le parli, a modo suo. Trieste ha sempre avuto questa voce duplice, come un respiro che viene dal mare e ritorna alla terra: una città di confine, che ha dato i natali, o almeno rifugio, ad alcuni dei più grandi autori del Novecento. Clara lo sa, e per questo ha deciso di percorrerla come un libro aperto, fermandosi davanti alle statue che la abitano come memorie vive.

Statua di Italo Svevo - Via San Nicolò, Trieste
Statua di Italo Svevo - Via San Nicolò, Trieste

La prima tappa è in via San Nicolò, dove Italo Svevo, con il suo cappello e il bastone, sembra davvero sul punto di muoversi. «Cos’è, signor Schmitz, l’ennesima passeggiata di Zeno?» chiede Clara con un sorriso. La statua sembra chinarsi appena, come a volerle rispondere: “Tutti camminiamo, mia cara, cercando di smettere di fumare. O di smettere qualcos’altro.” Svevo è l’anima ironica e autoanalitica di Trieste. Con La coscienza di Zeno ha reso la borghesia della sua città un laboratorio psicoanalitico, anticipando le nevrosi di un secolo intero. In lui, Trieste è introspezione e maschera, una città che osserva se stessa nello specchio dei suoi fallimenti quotidiani.

Clara svolta verso il Canal Grande. Sulla passerella del ponte, un uomo magro, con gli occhiali tondi e il cappello, guarda lontano: James Joyce. «Non siete nato qui, ma siete di casa», gli dice lei. L’irlandese pare sorridere, o forse è solo un gioco di luci sul bronzo. “Trieste mi ha insegnato a vedere. A capire che le città non si abitano, si leggono”, sembra sussurrare. Joyce arrivò a Trieste nel 1904 e vi rimase per oltre un decennio. Qui scrisse le prime pagine dell’Ulisse, insegnò inglese, frequentò caffè e librerie, e imparò a respirare l’Europa multiculturale che gli sarebbe rimasta dentro per sempre. Trieste, per lui, fu un porto dell’anima, sospeso tra lingue, culture e destini.

Statua di James Joyce - Canal Grande, Trieste
Statua di James Joyce - Canal Grande, Trieste

Proseguendo verso via Dante, Clara si imbatte in un uomo dallo sguardo malinconico, piegato appena su se stesso. È Umberto Saba, accanto alla sua libreria antiquaria. «Parlate di piccole cose, eppure sembrano immense», dice lei. Il poeta pare rispondere con una voce bassa e stanca: “Perché la vita vera non si trova nei grandi eventi, ma nei giorni che passano senza rumore.”

Statua Umberto Saba - Via Dante, Trieste
Statua Umberto Saba - Via Dante, Trieste

Saba ha raccontato Trieste con amore e pudore, come si racconta una persona amata: contraddittoria, fragile, meravigliosamente imperfetta. La sua poesia è una confessione sincera, una carezza malinconica data alle strade, ai cani randagi, ai sogni non mantenuti.

La sera scende più scura, e Clara risale verso Piazza Unità d’Italia, dove il mare si apre come una pagina bianca. Le luci del porto disegnano riflessi dorati sull’acqua, e il vento porta con sé l’eco delle lingue che qui si sono incontrate: italiano, sloveno, tedesco, ebraico, inglese. Trieste è una città che non appartiene a un solo autore, ma a tutti quelli che l’hanno amata e fraintesa. Svevo la osserva con ironia, Joyce la attraversa come un labirinto linguistico, Saba la sussurra come una preghiera laica. E poi ci sono altri fantasmi, Scipio Slataper, Virgilio Giotti, Giani Stuparich, che la rendono una costellazione letteraria unica nel suo genere. Clara resta un po’ in silenzio, guardando il mare. La Bora torna a farsi più decisa, e per un attimo le sembra che tutte quelle voci si fondano in una sola, quella della città stessa: “Siamo il confine e il passaggio, il ricordo e il futuro. Qui l’Europa si guarda allo specchio, e si riconosce.”

Quando Clara riprende a camminare verso casa, sente che Trieste le è entrata dentro. Non come un luogo da visitare, ma come una pagina viva, scritta da chi non ha mai smesso di cercare. Nella sera autunnale che profuma di mare e di passato, le statue alle sue spalle tornano immobili, ma i loro sussurri restano sospesi nell’aria. Trieste, dopotutto, non smette mai di parlare, basta saperla ascoltare.


 
 

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