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Brontë al cinema: dal romanticismo classico allo sguardo contemporaneo

Portare sullo schermo i romanzi delle sorelle Brontë significa affrontare una doppia sfida: restituire la potenza emotiva dei testi e, allo stesso tempo, tradurre per immagini un mondo fatto di interiorità, silenzi, paesaggi mentali. Non sorprende che Jane Eyre e Cime Tempestose siano tra i romanzi più adattati della storia del cinema. Ogni versione, più che una semplice trasposizione, diventa inevitabilmente una dichiarazione di poetica.

Negli anni Novanta, due film in particolare hanno segnato l’immaginario: Jane Eyre di Franco Zeffirelli e Cime Tempestose di Peter Kosminsky. Due opere profondamente diverse, non solo per stile, ma per idea stessa di romanticismo.

Il Jane Eyre di Zeffirelli è un film che guarda dichiaratamente alla tradizione. Ambienti sontuosi, fotografia pittorica, movimenti di macchina misurati: tutto concorre a costruire un’atmosfera elegiaca, quasi teatrale. Al centro c’è l’interpretazione di Charlotte Gainsbourg, fragile e intensa, e quella di William Hurt, che offre un Rochester malinconico, più stanco che minaccioso.

Zeffirelli legge Jane Eyre come una grande storia d’amore tragica, privilegiando la dimensione sentimentale rispetto a quella sociale. La ribellione morale di Jane, il suo bisogno di autonomia, restano presenti ma vengono avvolti da un romanticismo classico, quasi ottocentesco nella sua compostezza. È un film che guarda al passato con rispetto, e che sceglie la fedeltà emotiva più che quella problematica.

Di tutt’altra natura è Cime Tempestose del 1992. Kosminsky rifiuta l’estetica romantica tradizionale e punta su un realismo cupo, quasi brutale. La brughiera non è sfondo pittoresco, ma spazio ostile; l’amore tra Catherine e Heathcliff non è idealizzato, ma mostrato come una forza distruttiva, profondamente segnata dalle differenze di classe e dall’esclusione sociale.

La scelta di Ralph Fiennes come Heathcliff accentua questa lettura: il suo personaggio è rabbioso, ferito, visceralmente umano. Accanto a lui, Juliette Binoche interpreta una Catherine meno eterea e più contraddittoria, prigioniera di un desiderio che non riesce a conciliare con le regole sociali. Questo Cime Tempestose è forse uno dei più fedeli allo spirito radicale di Emily Brontë, proprio perché rinuncia alla seduzione romantica per restituire l’inquietudine.

Confrontati, i due film rivelano due approcci opposti. Zeffirelli costruisce un cinema della nostalgia, in cui il dolore è filtrato dalla bellezza formale; Kosminsky sceglie invece un cinema dell’attrito, dove l’amore è conflitto e il paesaggio amplifica la violenza emotiva. Jane Eyre diventa il racconto di una maturazione morale; Cime Tempestose una tragedia senza redenzione.

Il confronto si fa ancora più interessante se si guarda alle versioni più recenti. Jane Eyre, diretto da Cary Joji Fukunaga, segna un netto cambio di passo rispetto a Zeffirelli. Qui Jane, interpretata da Mia Wasikowska, è meno romantica e più determinata; Rochester, affidato a Michael Fassbender, è più oscuro, più ambiguo, più vicino alla complessità morale del romanzo. Fukunaga usa la fotografia e il montaggio per rendere visibile l’interiorità, avvicinando Jane Eyre a un gotico psicologico moderno.

Ancora più rivelatrice è l’attesa per la nuova trasposizione di Cime Tempestose, in uscita il 14 febbraio nelle sale, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Un progetto che promette di rileggere il romanzo di Emily Brontë alla luce delle sensibilità contemporanee, probabilmente accentuando temi come il desiderio, il trauma e la violenza emotiva, parlando a un pubblico che non cerca più il romanticismo consolatorio, ma l’intensità emotiva.

Dai film di Zeffirelli e Kosminsky alle riletture più recenti, emerge un dato chiaro: ogni epoca trova nelle Brontë ciò che è pronta a vedere. Il romanticismo composto degli anni Novanta lascia spazio oggi a uno sguardo più crudo, più psicologico, più consapevole delle dinamiche di potere e di genere.

Il cinema, come la letteratura, non smette di tornare a Jane Eyre e Cime Tempestose perché questi romanzi non offrono risposte, ma conflitti. E finché il desiderio, l’identità e la libertà continueranno a essere territori instabili, le storie delle Brontë continueranno a trovare nuove immagini, nuovi volti, nuove voci.

 

 
 

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