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Dal castello alla brughiera: il gotico reinventato dalle sorelle Brontë

Prima che Charlotte, Emily e Anne Brontë iniziassero a scrivere, il romanzo gotico aveva già popolato la letteratura di castelli fatiscenti, corridoi bui e presenze soprannaturali, creando un immaginario pieno di mistero e terrore che il pubblico adorava. Ma è proprio quando il genere sembrava condannato a ripetersi che le tre sorelle compiono una trasformazione radicale: spostano il brivido dall’esterno all’interno, dal castello alla coscienza, dalla notte tempestosa alle pulsioni umane. Per loro il gotico non è più una questione di architetture minacciose o apparizioni spettrali, ma un linguaggio per raccontare la paura più sottile e profonda, quella che abita dentro le persone.

Secondo la logica gotica tradizionale, le ombre dovevano aggirarsi dietro porte chiuse e salire scale scricchiolanti. Le Brontë scelgono invece ambienti apparentemente ordinari:

case padronali, collegi, residenze isolate, paesaggi aperti. Case come Thornfield Hall o Wuthering Heights non fanno paura per ciò che nascondono, ma per ciò che rivelano. Non hanno bisogno di fantasmi perché i fantasmi sono i loro stessi abitanti. Il mistero di Thornfield non è il soprannaturale, ma un segreto umano che cambia i destini; la minaccia di Wuthering Heights non è architettonica, è emotiva, ed emerge dalla violenza repressa dei rapporti; Wildfell Hall è inquietante non perché infestata, ma perché reduce da una fuga, da una storia che fa tremare più di qualunque ombra.

In questa rivoluzione narrativa il paesaggio assume un ruolo essenziale. La brughiera dello Yorkshire, che circonda la vita delle Brontë fin dall’infanzia, non è un semplice sfondo. È un personaggio, un’intelligenza naturale che accompagna gli stati d’animo, li esaspera, li amplifica. Nelle pagine di Emily, soprattutto, la brughiera sembra respirare insieme ai protagonisti: la tempesta esterna riflette quella interna, la solitudine dell’orizzonte corrisponde all’abbandono emotivo, la furia del vento è l’eco della furia dei sentimenti.

Charlotte la usa come luogo di passaggio interiore, come accade a Jane Eyre quando vaga tra fame, dolore e rinascita; Anne come spazio morale, dove Helen Graham trova il coraggio di spezzare le catene di un matrimonio tossico. La natura è un codice emotivo, una lingua che i loro personaggi comprendono meglio di quella della società.

Ma la trasformazione più significativa operata dalle Brontë è psicologica. Il gotico diventa emotivo, introspettivo, quasi clinico. I veri labirinti non sono quelli architettonici, ma quelli della coscienza. Le paure non nascono da entità esterne, ma da conflitti interiori, tensioni morali, desideri proibiti. In Jane Eyre, il terrore non è la presenza inquietante del piano superiore, ma la possibilità che l’amore possa annientare l’autonomia di una giovane donna; in Cime Tempestose, il mostro non è un’apparizione notturna, ma l’intensità illimitata di un legame che pretende troppo; ne L’inquilina di Wildfell Hall, l’orrore assume i tratti della quotidianità: il marito violento, la dipendenza dall’alcol, il privilegio maschile trasformato in arma.

È qui che emerge l’altro grande scarto rispetto alla tradizione: il mostro non è un demone, un fantasma, una creatura sovrannaturale, ma l’essere umano stesso. Rochester, con la sua ambiguità e il suo passato torbido; Heathcliff, con la sua ferocia e la sua fame d’amore; Arthur Huntingdon, con la sua irresponsabilità narcisista: ognuno di loro rappresenta una forma diversa di inquietudine, un volto del terrore quotidiano, una sfida emotiva che le protagoniste devono affrontare per salvarsi. Il gotico diventa così uno strumento di indagine sulle relazioni, sul potere, sui legami che feriscono.

Lo spazio domestico, nelle mani delle Brontë, si trasforma: non più il rifugio ideale della donna vittoriana, ma un luogo dove si combattono battaglie silenziose. Le case diventano estensioni dei corpi, e i corpi diventano case che scricchiolano, cedono, resistono. Il gotico diventa il linguaggio della condizione femminile, un modo per raccontare la tensione tra ciò che la società pretende e ciò che l’anima desidera.

E forse è proprio per questo che il gotico delle Brontë ci parla ancora oggi. Non è un gotico d’epoca, ma uno stato dell’essere: la paura di essere visti troppo, o troppo poco; il desiderio che brucia, l’identità che vacilla, il bisogno di libertà che cerca uno spazio per respirare. Le sorelle Brontë hanno trasformato il gotico da genere narrativo a condizione umana. È un lascito che continua a vibrare, come il vento della brughiera che non smette mai di soffiare.


 
 

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