La letteratura della Resistenza: una pluralità di voci tra mito, disincanto e memoria
- CARLOTTA RUDELLI
- 24 lug 2025
- Tempo di lettura: 3 min
La letteratura della Resistenza rappresenta una delle stagioni più intense e complesse del Novecento italiano. Nata dalla carne viva della Storia, essa ha avuto il compito non solo di testimoniare un’esperienza tragica e fondativa, ma anche di interrogarla criticamente, contribuendo alla costruzione della memoria collettiva. Tra i molti autori che vi hanno preso parte, spiccano Beppe Fenoglio, Italo Calvino, Elio Vittorini e Luigi Meneghello: voci profondamente diverse, eppure unite da una comune esigenza di restituire senso a una guerra che fu, prima di tutto, civile e fratricida.
Beppe Fenoglio – La Resistenza come ossessione privata
In Una questione privata (1963), Fenoglio affronta la Resistenza da una prospettiva individuale, riducendo l’epopea collettiva a una vicenda personale di amore e gelosia. Il protagonista, Milton, si muove tra le Langhe non per colpire il nemico politico, ma per inseguire un frammento di verità intima: sapere se Fulvia, la ragazza amata, lo abbia tradito con l’amico partigiano Giorgio. La Resistenza diventa così scenografia tragica di un dramma interiore, in cui l’ideologia cede il passo a un’ossessione privata. L’“io” di Fenoglio è solitario, tormentato, e distante da ogni narrazione eroica. Il “noi” partigiano è appena abbozzato, frantumato in individualità spesso scollegate. I “loro”, i nemici, non sono figure centrali: il vero antagonista è il destino stesso, l’assurdo, l’impossibilità di comprendere il senso del tutto.

Italo Calvino – La Resistenza come iniziazione e disincanto
In Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Calvino adotta un punto di vista originale: raccontare la Resistenza attraverso gli occhi di un bambino emarginato, Pin. L’esperienza bellica è filtrata da uno sguardo innocente ma non ingenuo, che coglie le contraddizioni, le piccolezze e le ambiguità dei combattenti. La guerra non è mitizzata, ma vista come fenomeno umano, caotico e imperfetto, in cui il bene e il male si confondono. Calvino costruisce così un “noi” partigiano fragile e sfaccettato, lontano dalla compattezza retorica. I nemici – i “loro” – non sono caricature malvagie, ma persone: soldati spaesati, gerarchi ridicoli, comparse tragiche. L’“io” di Calvino è esterno e osservatore, un filtro lucido e ironico, incapace di aderire del tutto all'ideale resistenziale.

Elio Vittorini – La Resistenza come scelta etica e ideologica
Ben diversa è la prospettiva di Elio Vittorini in Uomini e no (1945), romanzo in cui la Resistenza è letta come scontro assoluto tra bene e male, tra umanità e barbarie. Il protagonista, Enne 2, incarna il combattente eroico, consapevole del proprio sacrificio e della necessità della lotta. In Vittorini il “noi” è forte, identitario, totalizzante: chi sceglie di combattere è “uomo”, chi non lo fa – o peggio, chi sta dall’altra parte – è “non uomo”. L’“io” individuale è subordinato al collettivo, fuso in un’epica della resistenza. I “loro”, i fascisti, non sono umani: sono simboli, nemici assoluti, disumanizzati. È una narrazione morale e militante, che punta a costruire un modello di comportamento.

Luigi Meneghello – La Resistenza come ironia e autocritica
I piccoli maestri (1964) di Meneghello smonta con lucidità e affetto il mito resistenziale. Il titolo stesso è ironico: i partigiani, giovani intellettuali improvvisati alla guerriglia, non sono eroi, ma apprendisti del vivere e del morire. L’autore adotta un tono autoironico, distaccato, a tratti affettuosamente grottesco. Il “noi” partigiano è raccontato con realismo e senza retorica, fatto di errori, incertezze, momenti comici. L’“io” narrante non si pone come guida morale, ma come testimone che riconosce i propri limiti. I “loro” (fascisti, repubblichini, tedeschi) sono nemici concreti, ma non demoniaci: la guerra è vista più come malinteso storico che come lotta mitologica. Meneghello porta la Resistenza dalla tragedia al racconto civile, umano, democratico.

Una guerra civile mai digerita
La pluralità di voci e sguardi sulla Resistenza mostra quanto questo evento sia stato complesso e contraddittorio, tanto sul piano politico quanto su quello esistenziale. Gli autori analizzati rifiutano, ognuno a modo suo, una visione univoca e celebrativa della guerra partigiana. Emerge una narrazione stratificata, dove l’eroismo convive con il dubbio, la militanza con l’ironia, l’azione con la fragilità.
In particolare, ciò che emerge con forza da queste opere è la natura profondamente civile e interna della Resistenza: una guerra tra italiani, tra visioni opposte del mondo, tra chi sceglie e chi rifiuta, tra chi combatte e chi resta a guardare. Questa realtà, a differenza di quanto accaduto in altri paesi europei, non è mai stata completamente elaborata dalla coscienza collettiva italiana. La Resistenza è rimasta al contempo mito fondativo e ferita irrisolta, celebrata ufficialmente, ma spesso ridotta a strumento ideologico o rimossa nei suoi aspetti più scomodi.
La letteratura ha avuto, e continua ad avere, un ruolo fondamentale nel tenere aperto il dialogo con quella stagione: non per pacificare la memoria, ma per renderla viva, interrogante, plurale. Perché comprendere la Resistenza, nelle sue luci e nelle sue ombre, significa ancora oggi comprendere chi siamo stati e chi vogliamo essere.











