La luce che ritorna: Santa Lucia tra arte, storia e tradizione bergamasca
- CARLOTTA RUDELLI
- 12 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Di Santa Lucia restano, prima di tutto, le immagini: gli occhi posati su un piattino, la palma del martirio, una fiammella che attraversa il buio. Ma dietro questi simboli codificati dall’iconografia sacra si nasconde una vicenda che percorre secoli e geografie, trasformandosi, rinnovandosi, lasciando tracce profonde tanto nelle opere d’arte quanto nell’immaginario popolare. Una storia che, da Siracusa al Nord Europa, trova una delle sue case più vive a Bergamo, città in cui la santa è attesa con fervore quasi maggiore rispetto a Babbo Natale.

La narrazione inizia nella Siracusa del IV secolo, uno scenario mediterraneo di luci chiare e architetture antiche. Lucia è una giovane donna che porta nel nome e nello sguardo la promessa di un chiarore diverso: quello della fede incrollabile. Le prime raffigurazioni medievali la ritraggono ieratica, frontale, una lampada in mano come a voler guidare il passo del fedele. È un’immagine essenziale, quasi ascetica, che restituisce l’idea della santa come presenza luminosa in un mondo attraversato dall’ombra.

Con il Rinascimento, la figura di Lucia si fa più complessa, più umana. Gli artisti la dipingono giovane, composta, con lineamenti delicati e un portamento che unisce grazia e determinazione. Nelle mani regge gli occhi su un piattino: un dettaglio che potrebbe apparire drammatico, ma che nell’arte diventa simbolo di una vista interiore, di una capacità di discernere oltre l’evidenza. Francesco del Cossa, Lorenzo Lotto e Domenico Beccafumi fissano questa iconografia in tavole luminose, nelle quali la santa appare come una donna colta nel suo equilibrio, figura che ispira più che intimorisce.


Il Seicento porta con sé lo sguardo di Caravaggio, che non teme di calare la santità nel dolore umano. Il Seppellimento di Santa Lucia è un momento sospeso tra tragedia e rinascita: la santa giace a terra, fragile, mentre due uomini scavano la fossa. La luce che cade dall’alto però non racconta solo la fine; suggerisce un oltre, una persistenza, una promessa che attraversa le epoche. È la stessa luce che Lucia porta nel suo nome e nella sua leggenda.

Ed è proprio questa promessa che trova un’eco particolare a Bergamo, dove la devozione alla santa assume una dimensione culturale e affettiva unica nel suo genere. Qui, Lucia è una presenza familiare: una figura che attraversa dicembre con passo lieve, accompagnata da un asinello, portando doni ai bambini che la attendono con la stessa emozione che altrove si riserva a Babbo Natale. Le vie della città si riempiono del profumo dei biscotti tradizionali, le pasticcerie espongono dolci dedicati alla santa e le lunghe file davanti alla sua statua diventano parte integrante del paesaggio invernale.
Nelle case bergamasche si preparano ciotole di fieno e latte, gesti rituali che uniscono il sacro al quotidiano. Le famiglie raccontano storie, le luci si abbassano, e nella breve ombra che si crea si percepisce un retaggio ancora più antico: quello delle tradizioni nordiche legate al solstizio d’inverno, in cui Lucia segna il ritorno della luminosità nelle giornate più corte dell’anno.
Nel susseguirsi di affreschi, tavole, sculture e tradizioni, Santa Lucia cambia forma ma non sostanza. Rimane una figura che porta luce, nel senso fisico, artistico e simbolico del termine. Una giovane martire che attraversa le epoche senza perdere la sua forza evocativa, capace oggi come ieri di illuminare il buio, di ispirare dolcezza, di rinnovare la speranza. A Bergamo, soprattutto, questa luce non è solo ricordata: è vissuta. È l’attesa di un arrivo, la magia di una notte, un’eredità culturale che continua a brillare, anno dopo anno.











