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  • 8 dicembre: l'Immacolata Concezione

    8 dicembre si celebra in tutto il mondo la giornata dedicata all’Immacolata Concezione della Vergine Maria. Fu papa Pio IX che proclamò il dogma in tempi relativamente recenti, nella bolla pontificia dell’8 dicembre del 1854 “La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale”. Ci sono molto artisti che hanno creato meravigliosi dipinti come ad esempio Luca Giordano (Napoli, 1634-1705) . Aveva 31 anni quando i Cappuccini di Cosenza gli commissionarono proprio un dipinto con l’Immacolata Concezione mettendogli in mano un anticipo di 50 ducati. l'Immacolata Concezione, Luca Giordano, 1665 L'Immacolata Concezione dipinta da Luca, è raffigurata con la presenza nella scena di Dio Padre, che dall'alto del cielo pone la mano sinistra sulla testa di Maria e i piedi coperti dalle nuvole. In alto nel cielo sono dipinti i Cori di angeli, raccolti su nubi dorate, che cantano e lodano accompagnati da strumenti musicali. Maria ha un viso pieno di dolcezza, i suoi piedi sono poggiati su una luna argentea , simbolo dello svolgimento del tempo . Maria è raffigurata con una veste di colore rosso, che indica il sangue che dà la vita, e stringe tra le mani un lungo velo. Le spalle sono coperte dal manto di colore blu , simbolo di armonia e della calma interiore. Nella parte bassa del dipinto è rappresentato un drago dalle sette teste che esce dalle profondità marine, con bocche di fuoco e ampie ali spiegate, che tenta, con forza mostruosa di spezzare le catene. La Madonna tra il cielo (spiritualità) e la terra (la materia), mistero e verità, cielo terra e mare si fondono, donando al dipinto solennità e forte pathos. L'autore Luca Giordano, definito anche "Luca fa presto" per la velocità nel dipingere i lavori che gli venivano commissionati; è tra gli esponenti più importanti e riconosciuti del tardo Barocco. Il suo stile è influenzato da Tiziano e Raffaello, che sapeva imitare alla perfezione, e tal volta era difficile distinguere tra la copia o l'originale. Il suo stile è caratterizzato da un forte slancio comunicativo. Nella sua fase di formazione, lavorò a bottega da Jusepe De Ribera, pittore di spicco a Napoli e famoso per il Caravaggismo napoletano. l’Annunziata di Palermo,1476. La Madonna di Antonello da Messina, è una giovane donna del Sud, di una bellezza delicata, dai lineamenti raffinati, gli occhi neri, profondi, portamento elegante e pieno di grazia. Il suo sguardo è rivolto verso un punto indefinito. Il capo coperto da un velo blu che ricorda il mare ed assorta ad ascoltare una voce, con interesse e timidezza, con la mano destra compie un gesto significativo, come a voler tenere lontano chi le sta davanti, La mano destra è raffigurata in uno scorcio che rimanda all’arte di Piero della Francesca, come notava già Roberto Longhi nel 1914 mettendo in relazione la mano dell’Annunciata con quella della dama che sbuca dietro la regina di Saba nell’affresco con l’ Adorazione del sacro legno e l’incontro con re Salomone che fa parte delle Storie della Vera Croce nella Chiesa di San Francesco ad Arezzo. L'Annunciata, sembra davvero un capolavoro dipinto da “un pittore non umano" - come ebbe a definirlo suo figlio, Jacobello, sublime icona e sintesi dell’arte di Antonello da Messina, il " solennissimo depentore " che ebbe come grande merito quello di aver saputo cogliere in un sorriso l'umano, trasferendolo nella sfera del sacro. La Madonna é ritratta mentre sta ricevendo la visita dell’angelo (che non vediamo ma di cui percepiamo la presenza, testimoniata dal sottile alito di vento che agita le pagine del libro), e che le sta annunciando la prossima maternità Secondo il Professor Giovanni Carlo Federico Villa, Antonello da Messina ha una straordinaria capacità di parlare al fedele del 1400 e allo spettatore di oggi; il critico Roberto Longhi lo ha definito una sintesi di forma e colore, insieme ad una capacità introspettiva: è in grado di prendere dei solidi geometrici e mutarli in figure umane, che entrano in dialogo con il pubblico. I suoi ritratti sono tutti riassunti in un sorriso o in un'espressione, cosi come per l'Annunciata. Antonello da Messina Antonio di Giovanni de Antonio, più conosciuto come Antonello da Messina, fu uno dei protagonisti della pittura rinascimentale italiana, e viene considerato il maggiore ritrattista del Quattrocento in Italia. Attorno al 1442, Antonello si recò a Napoli dove lavorò nella bottega del pittore Colantonio (1420ca-1460 ca). Sempre qui, l’artista incontrò e assorbì la lezione fiamminga, le cui opere erano presenti nelle collezioni d’arte del Regno di Napoli. Terminato il periodo di apprendistato, Antonello tornò in Sicilia e lavorò come maestro autonomo. Antonello si dedicò anche allo studio della verosimiglianza fisica accompagnata da un’analisi psicologica del soggetto, é per questo che i suoi ritratti appaiono incredibilmente realistici. Nel 1476, dopo aver rifiutato l’offerta di diventare ritrattista ufficiale per i signori di Milano, gli Sforza, Antonello decise di rientrare in Sicilia. Uno dei suoi più affascinanti capolavori, l’Annunziata di Palermo, è forse proprio riconducibile al suo ritorno a Messina. La donna, giovanissima, è sola, davanti al suo leggio. Di seguito condividiamo un video del Professor Villa dove dialoga su Antonello da Messina e la mostra che ha curato nel 2019 a Palazzo Reale di Milano.

  • Il primo Prof. interattivo

    Una storia vera, un maestro coraggioso, degli alunni boomer e un unico strumento di condivisione. Negli anni tra il 1960 ed il 1968, in Italia, un maestro di scuola insegnò a scrivere e a leggere a distanza. I suoi studenti erano lavoratori analfabeti o semi analfabeti. Il suo nome era Alberto Manzi , lo strumento di condivisione non era Teams, Skype o Google Meet, perchè ancora non erano stati inventati. Lui utilizzò la televisione, che era arrivata in Italia solo nel 1954, con i canali della Rai, Radio Televisione italiana. Pensate, che tutti i giorni lavorativi, da lunedi al venerdi, il prof. Manzi, realizzò circa 480 puntante fino al 10 maggio del 1968. La sua frase di rito: Non è mai troppo tardi. Infatti la cultura non ha un limite di età, tutti ma proprio tutti possono migliorare ed apprendere nuove informazioni e acquisire competenze. Il professore non poteva interagire direttamente con i suoi studenti, mica come adesso che con le lezioni a distanza, si può fare le domande in diretta. Lui era armato di tantissima pazienza, spiegava in modo semplice, e cercando di immedesimarsi nei lavoratori che stanchi dopo una giornata di lavoro, si trovavano con una penna ed un quaderno in mano dall'altra parte della televisione per prendere appunti o ripetere le parole insieme al professore. Il prof. Manzi era una persona gentile e curiosa, ha continuato a studiare sempre. Ha conseguito due lauree ed era appassionato di filosofia. Grazie a lui circa 1 milione e mezzo di italiani furono in grado di imparare la lingua italiana e conseguire la licenza elementare. Qualche ottantenne di oggi, si ricorda ancora delle sue lezioni, con nostalgia di un periodo ormai passato e con la consapevolezza di quanta strada è stata fatta dagli anni 60 ad oggi. Mentre il prof. Manzi istruiva attraverso la televisione, un mezzo di comunicazione inventato negli Stati Uniti nel 1923, nello stesso periodo storico arriva in Italia la POP ART, alla Biennale di Venezia, grazie a questo evento divenne famosa in tutto il mondo. La POP ART aveva come suo motivo di base la rappresentazione del boom economico del dopoguerra, lo sviluppo della società consumistica e l'attenzione sullo spreco. La società stava cambiando velocemente, ed il maestro Manzi ha cercato di non far restare indietro nessuno. Una cosa è certa, lui ha voluto far passare il messaggio che tutti possono migliorare, basta volerlo. la storia del Prof. Manzi Il maestro si presenta agli studi della Rai, su richiesta del suo direttore didattico, nella scuola in cui lui insegnava. Fece la prova ma a modo suo, iniziò a tenere la lezione come l'avrebbe tenuta in una classe vera. Era un bravo storyteller, per usare un termine del nostro periodo storico, era in grado di insegnare raccontando e cercando di mantenere l'attenzione dei suoi studenti, che lui non poteva vedere. La sua palestra come insegnante, fu il carcere. Dopo la guerra, venne chiamato ad insegnare nel carcere minorile di Roma ad una classe di giovani detenuti, lui aveva 22 anni e i suoi studenti, lo scambiavano per uno di loro. Fu lì che si mise in gioco per capire come coinvolgere la classe e riuscire a farli progredire. Viaggiò molto sempre con lo scopo di insegnare alle persone a leggere e a scrivere. L'imposizione non forma un concetto una frase che il prof. Manzi ripete nell'intervista: "l'imposizione non forma un concetto, non porta ad una crescita intellettuale". Lui non era pro schede di valutazione, perchè secondo lui la valutazione scritta, restava negli archivi e avrebbe pregiudicato la storia dello studente. Dalle sue parole si capisce che era molto avanti rispetto al secolo in cui stava vivendo. Se vi siete incuriositi sulla storia del mitico Prof. Alberto Manzi, potete guardare il film tv su Rai Play dedicato a lui: https://www.raiplay.it/programmi/nonemaitroppotardifiction Se ti è piaciuto l'articolo, lascia un commento. La tua valutazione è preziosa.

  • Campari Soda: storia di una bottiglietta diventata oggetto di design

    L’iconico Spritz Campari, sinonimo dell’aperitivo per eccellenza, ha una storia tutta da raccontare. La sua creazione e ascesa alla celebrità in tutto il mondo parte dal lontano 1860 quando Gaspare Campari , giovane liquorista, sperimenta una miscela segreta di erbe, spezie e frutti, dando vita al Bitter Campari e apre il suo Caffè Campari in Galleria Vittorio Emanuele II, frequentato da artisti, i poeti e intellettuali milanesi. Nello stesso periodo, in un piccolo borgo incastonato nella Val di Non, cresce un giovane talento italiano: Fortunato Depero , pieno di idee e di anticonformismo. Vuole emergere e brillare nel panorama italiano, inizia così ad addentrarsi nel mondo della pubblicità e dell’arte. Cerca il contatto con il mondo delle imprese proponendo progetti pubblicitari e cartellonistici a diverse realtà trentine e nazionali. Alla morte di Gaspare, il figlio Davide che è un industriale particolarmente attento alla comunicazione pubblicitaria e con idee innovative, affida a Fortunato Depero l'immagine dell'azienda Campari, e lo incarica di ideare una bottiglietta per il Campari soda monodose : il primo aperitivo in assoluto, miscelato pronto all'uso. Depero aveva già collaborato con la Campari per le cartellonistiche della pubblicità Il rapporto fra Davide e Fortunato è di sintonia e stima reciproca ed insieme sviluppano un progetto di successo che ancora oggi è intramontabile: per la prima volta, un cocktail pronto da bere viene imbottigliato e distribuito su larga scala, e contenuto in una bottiglietta in vetro smerigliato a forma di calice rovesciato. Il vetro trasparente mette in risalto il colore rosso brillante del Campari Soda, mentre la silhouette essenziale richiama le avanguardie artistiche dell’epoca. La smerigliatura evoca la freschezza del prodotto simulando le gocce, e ha inoltre una funzionalità: garantisce una presa migliore.   Nel panorama del design italiano, pochi oggetti hanno saputo trasformarsi in vere e proprie icone come la bottiglietta del Campari Soda. Il sodalizio Campari - Depero costituisce una novità per l'epoca, anticipando per molti aspetti le moderne strategie di marketing. Depero non realizzò solo le locandine pubblicitarie, ma anche lampade, vassoi, i distributori automatici di bevande. La bottiglietta Campari non è solo un contenitore, ma un vero oggetto di design: semplice, funzionale e riconoscibile. Nel corso degli anni, è diventata simbolo di stile italiano, esposta nei musei di arte contemporanea e celebrata da artisti e collezionisti. Oggi, il Campari Soda continua ad essere protagonista di momenti conviviali in tutto il mondo. Ogni sorso racconta una storia di passione, innovazione e tradizione, celebrando l’arte del vivere italiano. Nel rosso del coloro intensificato dal vetro della bottiglietta, senza etichetta, si riflettono i sogni di Davide Campari e di Fortunato Depero.

  • Fortunato Depero: dalla Val di Non alla creazione di oggetti di Design

    " vedere tutto e sperimentare tutto, ma alla fine far prevalere quell'impeto creativo " Fortunato Depero Fortunato Depero nasce a Fondo nel 1892, un piccolo gioiello incastonato in cima alla Val di Non, la valle delle mele, ma quando venne al mondo Fortunato, era ancora collocato all’interno del territorio austro-ungarico. Per raggiungere Fondo, il percorso più scenografico è attraverso il Passo della Mendola, durante la primavera inoltrata, tra i meli i fiore e i vitigni in formazione dei primi piccoli grappoli è un tripudio di colori e di luce. Negli anni a seguire, si trasferì con la famiglia da Fondo a Rovereto. La sua famiglia era di umili origini: il padre aveva iniziato a lavorare come spazzacamino, poi come guardia del regio esercito, la madre era una bravissima cuoca, con tanto affetto per i suoi figli.  Fortunato aveva un carattere forte e irrequieto, che gli creò non poche difficoltà, tant’è che venne spedito dritto in collego a Merano e poi intraprese gli studi presso la S cuola Reale Elisabettiana , specializzata nelle Arti applicate. Il suo talento esplose come un fiume in piena e ruppe gli argini: dalla pittura, alla scultura, al ritratto e alla creazione di oggettistica. Nel 1913, arriva il grande viaggio, a soli 21 anni si trasferisce a Roma e respira la corrente artistica del momento: il Futurismo, nato da un’idea di Filippo Tommaso Marinetti: il movimento, la velocità e l’automobile. Oltre a dipingere, compone anche poesie e poemetti, i cui temi sono orientati sul futuro, la celebrazione della modernità e il mito della macchina. A Roma visita la mostra di Boccioni, da cui trae ispirazione per i suoi bozzetti sul dinamismo, le figure che disegna sono scomposte e disegnate nell'atto del movimento. Scomposizione, 1914 Intensifica i suoi rapporti con Tommaso Marinetti e Giacomo Balla, artisti protagonisti del “ primo Futurismo ”. Proprio Balla, torinese ma residente da una decina d’anni a Roma, diventa in pochi mesi il suo maestro. Nel frattempo è in corso il 1° conflitto mondiale, la sua terra natale è in prima linea nello scontro, si arruola volontario sul Col di Lana, combatte per pochi mesi, poi viene esonerato per problemi di salute. COSTRUZIONI PLASTICHE E CANZONI RUMORISTE Fortunato crea un modo originale di trasporre su carta i rumori moderni provenienti dalle nuove attività ed oggetti che stavano iniziando ad animare l'ambiente sociale e immagina un linguaggio universale: crea l'onomalingua. E’ derivata dall’onomatopea, dal rumorismo, dalla brutalità delle parole in libertà, futuriste. E’ il linguaggio delle forze naturali: vento-pioggia-mare-fiume-ruscello-ecc. degli esseri artificiali rumoreggianti creati dagli uomini: biciclette, tram, treni, automobili e tutte le macchine. Rumorgrafia, 1913 Un elemento distintivo di Fortunato è che, in realtà, non si è mai adattato alle regole futuriste, ed ha percorso parallelamente un suo sentiero personale, lui era uno sperimentatore, figlio del suo tempo. Un giovane artista poliedrico in una società che velocemente stava cambiando: dalla guerra mondiale alle automobili, che stavano lentamente prendendo il posto delle carrozze; la diffusione dei caffè all'aperto e di prodotti di consumo di massa. Fortunato segue questa corrente, la sua mente analizza e crea graficamente tutto questo cambiamento. Si potrebbe definire anche come il precursore dell'odierno " Content creator ": è il professionista che si occupa di creare contenuti accattivanti per aziende e brand. tra il 1924 e il 1928 si concentra la sua attività pubblicitaria. Fortunato lavora per ditte trentine ma anche per altre importanti e note realtà italiane: Richard Ginori per le ceramiche, San Pellegrino, per l'acqua minerale, la famosa casa di liquori Alberti, la casa di biciclette Bianchi, etc. Tuttavia è con la ditta milanese Campari, produttrice dei famosi Bitter e Campari soda che viene ricordato. Un legame tra la famiglia Campari e Depero lungo un sogno: le intuizioni di Davide Campari e l'estro creativo di Fortunato, le troviamo nella bottiglietta in vetro smerigliato del Campari Soda monodose. bozzetto del Campari Soda, 1926 La pubblicità era ed è tuttora il supporto fondamentale dei processi di sviluppo economico e culturale della società di massa contemporanea, e si sviluppa agli inizi del XX secolo, affiancando il nuovo corso della storia dell'arte, che inizia a relazionarsi con i nuovi processi di comunicazione. Fino ad allora ci si basava su modelli consolidati degli anni precedenti, in Francia era presente l'influenza di Toulouse-Lautrec, in Germania erano radicati gli insegnamenti della Kunstgewerbschule, basata sulla litografia e cromolitografia, il lettering, poi l'impulso del Secessionismo viennese; si sviluppa una linea simbolista, che prende vita con i manifesti in stile liberty, in tutto questo mix di correnti espressive, Fortunato è alla costante ricerca di una sua originale identità artistica. Elabora un sistema di rappresentazione creativa basato sulla semplicità delle figure: f il cono, il parallelepido, il cubo e all'uso dei colori primari, anticipando molto delle regole delle pubblicità contemporanea: chiarezza del messaggio visivo e verbale. Nella pubblicità Campari, cosi come per lo Strega, i cartelloni pubblicitari si popolano di buffe marionette, dalle forme morbide e spigolose, che appaiono lungo i muri delle strade o sulle pagine dei giornali, promettendo un'ampia gamma di prodotti moderni. Le figure sono ritagliate nello sfondo, spesso monocromatico, per dare un rilievo plastico di forte impatto visivo e per farle entrare subito nel campo di attenzione di chi guarda. La semplificazione delle forme, che traggono spunto dal disegno d'infanzia. Si crea un'atmosfera di gioco: le matite pupazzo che disegnano da sole. Ricevetti nel 1926 una lettera da una Casa di Milano con la quale mi si ordinava di eseguire alcuni bozzetti per cartelli di matite. Finalmente ne creai quattro: Fabbrica di matite, L’animale-matita, L’uomo-matita e Fascio di matite colorate. Avevo impellente bisogno di denaro, e per la prima volta rifiutai un assegno che ritenni di umiliante compenso ai miei meriti. Nel settembre del 1928 salparono con me sull’Augustus. Giunti a New York conobbero le vetrine della Fifth Avenue; le Gallerie di Madison Avenue e Park Avenue. Conobbero le officine dell’American Lead Pencil Co. in Hobocken. Nel momento che scrivo splendono la loro originalità nella mia sesta mostra a New York, all’Advertising Club in Park Avenue». Fortunato era troppo avanti con le sue idee, in Italia non vennero apprezzate, mentre qualche anno più tardi negli Stati Uniti ebbero un successo clamoroso. Sul finire degli anni Venti, inizia una nuova avventura per lui negli Stati Uniti, sperimenta la modernità, la sua fantasia è fortemente sollecitata dalle novità: i paesaggi d'acciaio e le folle oceaniche di uomini e di macchine in continuo movimento. L'attività di grafico pubblicitario va alla grande perchè collabora con riviste di moda come Vogue e Vanity Fair, ma da vita anche alle brochure dei grandi magazzini. Poi il ritorno in Italia non sarà così luminoso come il periodo americano, dovrà rinunciare a molti dei suoi progetti, si isolerà in Trentino, e poi la fine del movimento futurista porteranno al declino della sua creatività. Unica eccezione il suo Museo a Rovereto , dove concentrerà tutte le sue energie. Fortunato muore il 29 novembre 1960 a Rovereto all'età di 68 anni, accanto a lui, la donna di una vita: Rosetta Amadori. « Nacqui a Fondo (Val di Non) Trentino nel 1892. Altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti. Vallata di castelli e santuari. Padre nato spazzacamino e vissuto gendarme e carceriere: ciglia e baffi ispidi ed irti, si commuoveva per un nonnulla, religioso. Madre cuoca tutt’occhi e tutto cuore. Discolo, fui spedito in un collegio tedesco a Merano: mangiavo male e non mi piacevano i tedeschi. Feci pochi anni di scuole medie Reali a Rovereto, mia città adottiva. Studiai di malavoglia. Disegnavo, dipingevo, modellavo, scolpivo con passione precoce e tumultuosa frenesia di autodidatta. » […] da: Depero Futurista 1913-1927  (libro bullonato), 1927

  • Futurismo: l’avanguardia che sognava la modernità (e non il fascismo)

    Spesso, quando si parla di Futurismo, si cade nell’equivoco di associarlo automaticamente al fascismo. Un errore tanto diffuso quanto fuorviante. Il Futurismo nasce prima , da tutt’altra spinta: quella entusiastica fiducia nella modernità  che animava gli inizi del Novecento. Prima che la politica ne distorcesse i simboli, il Futurismo fu — e resta — la prima grande avanguardia storica italiana , capace di proiettare l’arte nel futuro e di ridisegnare radicalmente il modo di percepire il mondo. Il movimento prende vita ufficialmente nel 1909 , con la pubblicazione del Manifesto del Futurismo  di Filippo Tommaso Marinetti  sulle pagine del Figaro  di Parigi. Era un testo incendiario, pieno di energia e di provocazione, che chiedeva di distruggere il passato  per abbracciare il ritmo vertiginoso della modernità. Marinetti e i suoi compagni — Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Gino Severini, Luigi Russolo — guardavano al mondo industriale come alla nuova musa dell’arte: le macchine, le città, la velocità, la luce elettrica  diventavano i nuovi soggetti dell’immaginario artistico. Il Futurismo, insomma, non nasceva da una ideologia politica, ma da una rivoluzione percettiva e culturale , dal desiderio di rompere con l’immobilismo accademico e rispecchiare la trasformazione del mondo moderno. Il Futurismo è un movimento totale, che abbraccia pittura, scultura, letteratura, musica, teatro, fotografia, design e persino cucina. Al centro, però, restano alcuni principi cardine: La velocità come nuova bellezza.  L’auto, l’aereo, la locomotiva: la macchina diventa simbolo della potenza e dell’energia del mondo contemporaneo. Il dinamismo universale.  Le forme si muovono, si moltiplicano, si sovrappongono: l’immobilità è bandita. L’artista deve restituire la sensazione del movimento continuo della vita moderna. La luce e la simultaneità.  Colori e linee esprimono il flusso della realtà percepita in un istante, come un caleidoscopio di sensazioni simultanee. L’arte totale.  Non esiste più distinzione tra generi artistici: pittura, poesia e musica dialogano, si contaminano, si fondono in una nuova esperienza estetica. La rottura del passato.  I futuristi rifiutano musei e accademie, che considerano sepolcri di un’arte morta. Vogliono liberare la creatività dalle convenzioni e farla correre alla stessa velocità della modernità. Dietro la provocazione, tuttavia, c’era una profonda fiducia nel futuro e nell’uomo moderno: una religione del progresso , non della politica. Il fascismo , nato più tardi, comprese la forza comunicativa del Futurismo e ne sfruttò alcuni aspetti — il dinamismo, l’esaltazione della giovinezza, l’idea di rinascita — per costruire la propria immagine. Ma questa appropriazione fu più opportunistica che ideologica . Molti futuristi, infatti, si allontanarono presto dal regime o ne subirono il controllo culturale, vedendo soffocare proprio quella libertà che era stata alla base della loro poetica. Ridurre il Futurismo a una “costola del fascismo” significa cancellarne la portata rivoluzionaria e internazionale. Il movimento di Marinetti e dei suoi compagni fu prima di tutto una celebrazione della modernità , un inno all’invenzione e alla velocità, che trovò eco nelle avanguardie europee e influenzò il design, l’architettura e la pubblicità per tutto il secolo successivo. Rileggere oggi il Futurismo significa liberarlo dai suoi fraintendimenti. Le sue forme spigolose, i suoi colori accesi, le sue parole in libertà non sono il riflesso di un’ideologia, ma la testimonianza di un tempo che scopre la modernità  e cerca nuovi linguaggi per raccontarla. Il Futurismo non è la voce del potere, ma la voce del futuro  — quella di un’Italia che, per la prima volta, si affacciava sulla scena internazionale non come erede del passato, ma come laboratorio dell’avanguardia . E se oggi le opere di Balla, Boccioni o Severini ci appaiono ancora vibranti e attuali, è perché parlano di una modernità che non ha smesso di interrogarci: la nostra. 🟦 Focus – L’universo del Futurismo in 4 nomi e 4 opere Giacomo Balla (1871–1958) Opera simbolo:   Dinamismo di un cane al guinzaglio  (1912) Colore, ritmo e frammentazione visiva: il movimento diventa pittura. Umberto Boccioni (1882–1916) Opera simbolo:   Forme uniche della continuità nello spazio  (1913) L’uomo fuso con la macchina: l’immagine più iconica del Futurismo. Gino Severini (1883–1966) Opera simbolo:   Ballerina blu  (1912) La danza e la città moderna in un vortice di forme e luci. Carlo Carrà (1881–1966) Opera simbolo:   La galleria di Milano  (1912) Il paesaggio urbano come scena di energia e caos vitale.

  • Casa d'Arte Futurista Depero a Rovereto

    Il movimento artistico futurista ebbe l'intuizione di creare oggetti capaci di ridefinire il ruolo dell'estetica e della quotidianità, con decenni d'anticipo rispetto alla nascita dei prodotti d'uso comune, due luoghi in Italia, sono rimasti a testimonianza di questa attività: Casa Balla a Roma e la Casa d'Arte Futurista Depero a Rovereto (nata per una convinzione di Fortunato Depero). La casa Depero ha riaperto al pubblico dopo 10 anni di restauro, venne creata dallo stesso Depero e da sua moglie Rosetta Amadori dopo una serie di difficoltà, verso la fine degli anni cinquanta. Nel 1919, Depero apre a Rovereto la Casa d'Arte futurista, in forma di laboratorio dove prendono vita le sue creazioni e gli arazzi cuciti a mano da Rosetta, il luogo si trasforma nel tempo in base alle intuizioni dell'artista per arrivare verso la fine del percorso artistico a diventare un vero e proprio museo: una vetrina con esposte le creazioni pubblicitarie ed artistiche. Per questo progetto, spese tutte le sue energie e venne sostenuto dalle contribuzioni finanziare degli imprenditori locali. Oggi il museo rappresenta un importante centro culturale ed artistico, a testimonianza del movimento futurista e dell'attività pubblicitaria di Depero, tuttavia si rivela al pubblico soprattutto come un esempio di dedizione e coraggio delle idee. Il museo si sviluppa su tre livelli, al piano terra è presente una fornitissima biblioteca da poter consultare, ai piani superiori il pavimento in parquet dona quella sensazione di calore e accoglienza come ad entrare a casa di qualcuno. Ti sembra che Fortunato e Rosetta, siano li ad attenderti per raccontarti la loro emozionante storia. All'interno del museo si è avvolti come per magia in un'atmosfera senza tempo, si respirano i suoi sogni e quelli di Rosetta, i colori degli arazzi e dei dipinti, le cartoline e le lettere di Fortunato a Rosetta ti fanno entrare in connessione con loro. Uno dei capisaldo del pensiero deperiano è l 'autoreclame : come necessità per far conoscere rapidamente al pubblico le proprie idee e creazioni, conia appositamente il termine: Depereclame , promuoveva da solo l'attività pubblicitaria; nella nostra contemporaneità è considerata normale, ma in quel contesto storico, i tempi non erano ancora maturi. I cartelloni pubblicitari, gli slogan, le parole scelte ad arte sono diffuse nelle aree adibite all'esposizione. Un'intera sala è dedicata alla raccolta dei cataloghi e delle testimonianze della sua attività, il libro bullonato "Depero futurista" è del 1927, ancora oggi rappresenta un'innovazione senza eguali, sia per la forma che per i caratteri tipografici. " libro imbullonato " fu progettato per promuovere la propria attività e quella della casa editrice Dinamo Azari. Si tratta di una pubblicazione composta da 234 pagine, con copertina fustellata e chiusura realizzata con bulloni in alluminio. Nell’ambizioso progetto originale era stata prevista una tiratura di 2000 copie, tiratura che non fu possibile realizzare, a causa degli altissimi costi di produzione. L'arte dell'avvenire sarà potentemente pubblicitaria. Tale espressione apparentemente eretica, tale audace concezione e inoppugnabile constatazione l'ho avuta dai musei e dalle opere del passato.[...] L'arte della pubblicità è un'arte colorata, obbligata alla sintesi. (dalla Rivista "Futurismo", Roma, 1933) Ampio spazio è dato al periodo americano: durante il soggiorno negli Stati Uniti, si era mantenuto prevalentemente con l'attività pubblicitaria, sono esposti plastici, dipinti e oggettistica creata da Fortuna Depero. Appesi alle pareti ci sono anche due maschere in bronzo che ritraggono l'artista e Rosetta: " una crocerossina dell'arte e del penoso calvario dell'artista ", cosi l'aveva definita Depero. Addentrandosi nel mondo di Depero, tutto è incentrato anche al sentimento di riconoscenza nei confronti della sua Rosetta, che guadagnava per entrambi all'inizio del loro cammino insieme. Si adattava per amore del suo Fortunato a tutti i trasferimenti tra l'Europa e gli Stati Uniti. A Rosetta si devono gli arazzi che sono in bella mostra in quasi tutte le sale. Depero ebbe l'intuizione di creare gli arazzi con tarsia in panno, colori forti e figure geometriche, al telaio sua moglie Rosetta e alcune operaie trentine. Nella casa Depero sono presenti le creazioni principali, che vennero esposte alle mostre e che contribuirono all'entrata economica per il sostentamento sia della famiglia che del museo. C'è anche una zona dedicata ai giocattoli, che non sono caricature di oggetti domestici, ma ideati per sviluppare l'immaginazione dei bambini e di supporto agli adulti per restare giovani e attivi con l'immaginazione. La modalità di comunicazione di Depero è la stessa che viene utilizzata oggi, esternare i sentimenti, cercare di apparire e promuovere i prodotti con frasi ad hoc e immagini coinvolgenti. “Ogni creazione pubblicitaria DEVE, DEVE, DEVE, essere originale, inventata, rara, audace, cazzottatrice, sorprendente. Deve agganciare, fulminare magari il passante distratto o frettoloso, deve essere improvviso ed imprevisto.” Ampio spazio viene dato anche all'attività di scenografo, altro interesse di Depero che amava le rappresentazioni teatrali, una grande passione dell'artista che oltre a creare fantasiose scenografie da vita insieme al suo grande amico e coautore Gilbert Clavel allo spettacolo teatrale I balli plastici : Gli attori, infatti, sono marionette di legno e le parole erano sostituite dalla pura azione mimica. Successivamente Depero arriverà a superare anche la fase delle marionette di legno, progettandone un’altra tipologia fatta di gomma, stoffa e latta, molto più flessibile. Di seguito un dipinto realizzato da Depero, dal titolo: I balli plastici. Il museo Depero è inaugurato n el 1959 e donato al Comune di Rovereto, fa parte del complesso museale del MART Fortunato Depero muore a Rovereto il 29 novembre 1960,all'età di 68 anni. Se vi è piaciuto l'argomento, potete visitare il museo di Rovereto ed immergervi nel fantasioso mondo di Fortunato Depero e Rosetta Amadori, potrete scoprire come due giovani pieni di entusiasmo si sono incamminati nella mondo con la sola forza delle idee e del loro amore. Casa d'Arte Futurista Depero Via Portici, 38, 38068 Rovereto TN https://www.mart.tn.it/

  • Casa Balla: il Futurismo abita ancora a Roma

    Nel cuore del quartiere Della Vittoria, a pochi passi dal Tevere, c’è un luogo dove il tempo si è fermato per lasciare spazio al colore, alla luce e al movimento. È la Casa Futurista di Giacomo Balla , al civico 39 di via Oslavia: un appartamento che non è solo una casa, ma una dichiarazione d’intenti, un manifesto abitabile del Futurismo italiano. Quando Giacomo Balla vi si trasferì nel 1929  con la moglie Elisa e le figlie Luce ed Elica, non immaginava certo che quello spazio domestico sarebbe diventato un simbolo della sua visione del mondo. Qui, il pittore torinese — tra i più carismatici esponenti del Futurismo — diede vita a una sperimentazione totale , estendendo i principi del movimento artistico a ogni dettaglio della quotidianità. Sedie, tende, lampade, piatti, persino le maniglie delle porte: nulla sfuggiva all’occhio progettuale dell’artista. Tutto era ridisegnato secondo un nuovo alfabeto estetico, fatto di linee spezzate, geometrie e cromie vibranti. L’obiettivo era ambizioso: rendere l’arte parte integrante della vita , non più confinata ai quadri o alle sculture, ma capace di invadere gli spazi abitati, trasformandoli in scenografie del futuro. Visitare oggi Casa Balla significa immergersi in un universo dove ogni superficie parla la lingua della modernità. Le pareti colorate si inseguono in giochi di luce, gli arredi si muovono nello spazio come organismi dinamici, e l’insieme restituisce l’impressione di trovarsi dentro un quadro vivente. Non si tratta solo di una casa decorata, ma di un progetto visionario , dove arte e vita coincidono. Balla cercava di plasmare un nuovo modo di abitare, in cui la bellezza e l’energia del colore potessero migliorare la qualità dell’esistenza. In un certo senso, anticipava quel concetto di “design totale” che diventerà cardine del Novecento. Per decenni, dopo la morte dell’artista nel 1958, la casa rimase chiusa, protetta con affetto dalle figlie dell’artista, Luce ed Elica, che ne conservarono ogni dettaglio come un reliquiario del sogno paterno. Solo di recente, grazie a un importante intervento del Ministero della Cultura , l’appartamento è stato acquistato dallo Stato e aperto al pubblico , tornando finalmente accessibile a studiosi, appassionati e curiosi. L’iniziativa ha permesso non solo di salvaguardare un luogo straordinario, ma anche di restituire all’Italia e al mondo una testimonianza unica del Futurismo vissuto dall’interno, come esperienza quotidiana. Oggi Casa Balla è visitabile su prenotazione, e varcarne la soglia significa entrare in un sogno fatto di colore, speranza e immaginazione: un futuro che, paradossalmente, non ha mai smesso di essere contemporaneo . Info utili per la visita La Casa Futurista di Giacomo Balla  si trova in via Oslavia 39B, Roma , nel quartiere Della Vittoria. Le visite si svolgono su prenotazione obbligatoria  e in gruppi a numero limitato, per preservare l’integrità degli ambienti originali. L’apertura è gestita dal Ministero della Cultura  in collaborazione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo , che cura anche le attività di ricerca e valorizzazione del sito.

  • La Pop Art sbarca alla Biennale di Venezia

    Negli anni del secondo dopoguerra, se il sentimento che anima gli scrittori è l'urgenza di raccontare quello che era accaduto, lasciare memoria per le giovani generazioni; nel campo dell'arte, prende piede e si sviluppa la POP ART. I principali artisti di questa corrente sono Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Richard Hamilton, Robert Rauschenberg e Jasper Johns , ognuno di loro sviluppa una propria peculiarità. È un movimento artistico che nasce in Inghilterra , poi si diffonde negli Stati Uniti, intorno agli '50 ed approda in Italia circa 10 anni più tardi, grazie alla Biennale di Venezia che fa conoscere in Italia questo nuovo modo di concepire l'arte. L'impulso allo sviluppo di questo movimento è il veloce incedere della modernità dopo un periodo di devastazione e sofferenza. La gente aveva bisogno di dimenticare, l'incremento demografico, e la maggiore disponibilità di lavoratori, diede impulso alle industrie di svilupparsi e ci fù un'accelerazione dei consumi; nella società vengono immessi nuovi oggetto che diventano ben presto indispensabili e creano dipendenza: automobili utilitarie, poster, frigoriferi, lavatrici, cibo in scatola, detersivi e bevande confezionate. Lentamente stava prendendo piede la cultura di massa, si ricorse a strumenti come la pubblicità, nell'ottica di facilitare la vendita commerciale dei nuovi prodotti immensi nel mercato: prima di tutto la sua immagine e poi il prodotto. Questo vivere in velocità era un antidoto per dimenticare l'orrore della guerra, l'Europa guardava verso gli Stati Uniti ed i loro prodotti di consumo che entrarono velocemente nelle case degli europei. In Inghilterra, artisti come Richard Hamilton , Edward Blake e Edoardo Paolozzi, riproposero queste novità commerciali nelle rappresentazioni artistiche. Si susseguirono mostre a tema con fotografie ed installazioni tecnologiche. Un lavoro artistico di Richard Hamilton in particolare diede forma e sviluppo al movimento Pop inglese : un collage fotografico che conteneva tutti gli elementi utili a definire il linguaggio artistico: un ambiente pieno di elettrodomestici, il poster di un fumetto, dalla finestra sullo sfondo appare un riferimento al cinema e cartelloni illuminati. Si legge anche la parola pop sulla racchetta imbracciata dal culturista. Il nome del collage è Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (trad. Cos'è che rende le case di oggi così diverse, così attraenti?) La maggior parte degli storici e critici d'arte, ritiene che questo lavoro sia la prima opera d'arte intesa come POP ART. Chi è Richard Hamilton era un autodidatta fondamentalmente, grandi doti pittoriche ma scarsa applicazione a scuola, frequentò le scuole serali, poi negli anni 50 scoprì l'arte creativa di Marcel Duchamp , il padre del ready-made e iniziò così a sviluppare una sua tecnica espressiva. Il suo successo arrivò con la mostra " This is tomorrow " nell’agosto del 1956, alla Whitechapel Art Gallery di Londra. Whitechapel Art Gallery di Londr Richard Hamilton (1922-2008) Questo nuovo modo di concepire l'arte influenzò gli artisti americani che ne trassero ispirazione, i l capofila, per l'immaginario collettivo, è Warhol, con le sue creazioni particolari e che attirarono l'attenzione e ancora oggi incarna la Pop art. Andy Warhol e l'icona Pop Sin da bambino dimostrò doti da artista, tanto che sua madre gli regalò i primi colori per creare i suoi disegni. La sua prima attività lavorativa fu a New York  come grafico pubblicitario, li affinò le sue capacità espressive e comunicative, nonostante la sua timidezza e ritrosia nel parlare. Era dotato anche di una grande capacità di osservazione, che gli tornò utile per la sua carriera artistica e di influencer mediatico. La tecnica che lo ha reso famoso nel mondo è la serigrafia in serie dei prodotti da banco dei supermercati: zuppe in scatole, bottiglie di Coca-Cola e detersivi . Andy Warhol, Campbell's soup cans, 1962 Warhol iniziò a riprodurre la realtà che lo circondava in modo freddo e distaccato, era interessato alla produzione industriale e massificata e usava il linguaggio della grafica pubblicitaria, mondo dal quale proveniva. La Pop Art alla Biennale di Venezia 1964 Nel 1964, la Pop-Art americana sbarca in laguna alla Biennale di Venezia, la sua influenza sugli artisti europei, porterà come effetto la modifica dei parametri stessi dell’arte. Artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg e Robert Rauschenberg, che vincerà il gran premio dell’evento, avranno modo di condividere la loro arte con altri artisti italiani come Mimmo Rotella e Mario Schifano . Installazione di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia, 1964 Perché è così importante quella Biennale, in particolare? Perché viene ricordata come la Biennale della Pop Art . Una nuova modalità di fare arte, arriva dagli Stati Uniti e influenza tutta l’Europa. Prende il nome dal termine inglese “POPULAR” ossia popolare, perché si ispira alle immagini della pubblicità, del cinema, delle vetrine e dei fumetti. I temi e i modi della Pop Art sono l’identificazione e la ripetizione; il potere delle immagini sulle parole, la riconoscibilità e l’istantaneità visiva che rende familiari e indimenticabili le immagini fin dalla prima volta e che fa leva su ciò che è sedimentato nell’inconscio individuale e collettivo. Gli artisti ritraggono il mondo artificiale costituito dagli innumerevoli prodotti industriali d'uso comune, le icone del cinema e della musica, gli accadimenti di carattere storico e sociale. All’apparenza può sembrare un mondo allegro: i colori vivaci e le superfici lucenti, tuttavia nascondono l'ansia di un’angoscia esistenziale. La ripetizione delle immagini, affiancare un prodotto di consumo al ritratto di un personaggio o un evento traumatico riflettono la condizione di appiattimento, tutto si offre allo sguardo come un prodotto sullo scaffale. Roy   Lichtenstein , utilizza la tecnica del fumetto, perché questo tipo di prodotto rappresenta qualcosa di semplice e alla portata di tutti e che tutti consumano. Alla metà degli anni Sessanta Lichtenstein era considerato uno degli artisti più rilevanti del momento: egli ricevette commissioni pubbliche importanti, partecipò a diverse rassegne internazionali ed espose in numerose mostre. Roy Lichtenstein «Il mio lavoro non riguarda la forma. Si tratta di vedere. Sono entusiasta di vedere le cose, e mi interessa il modo in cui penso che le altre persone abbiano visto le cose» Roy Lichtenstein Claes Oldenburg , crea grandi opere monumentali, che rappresentano oggetti comuni. Chi non ha mai visto ad esempio «Ago, filo e nodo» in piazzale Cadorna a Milano? Quel nodo gigantesco è un’opera sua.  Ago & Filo in Piazzale Cadorna « Sono a favore di un'arte che faccia qualcosa di diverso dal rimanere seduta in un museo » . Claes Oldenburg Infine c’è lui, Robert Rauschenberg , il reporter della quotidianità, le sue tele sono ritagli di giornale, attento alle tematiche sociali, la tutela dell’ambiente e la critica al sistema consumistico. Robert Rauschenberg da giovane Retroactive II, 1963 « La gente mi chiede: “Non sei mai a corto di idee?”. Innanzitutto non uso le idee. Ogni volta che ho un'idea è troppo limitante e di solito si rivela una delusione. Ma non ho esaurito la curiosità. » Robert Rauschenberg Suggerimenti per approfondire l'argomento:

  • Italo Calvino e il sentiero dei nidi di ragno

    «Tutti abbiamo una ferita per riscattare la quale combattiamo» Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno Italo Calvino E' il 1944 quando Italo Calvino decide di prendere parte alla lotta partigiana, un'esperienza che ritroviamo nei primi scritti elaborati subito dopo la Liberazione del 25 aprile 1945. Il suo primo romanzo: Il sentiero dei nidi di ragno , viene pubblicato nel 1947, nell'edizione Coralli per Enaudi. Nel 1964 viene pubblicata l'edizione definitiva, con un'importante prefazione redatta da Italo Calvino. La resistenza e tutto quello che gli gira intorno è inserito in una storia dai toni fiabeschi, attraverso gli occhi di un bambino: Pin. Italo Calvino, la resistenza quella vera, l'aveva fatta ed era stato anche catturato dai fascisti, aveva sperimentato la prigionia nelle carceri. Nell’introduzione al suo romanzo  I sentieri dei nidi di ragno , racconta la Liberazione, da giovane ragazzo della Resistenza italiana, in un paese diviso tra la Guerra Mondiale e la guerra civile. « L’esplosione letteraria di quegli anni [nell’immediato dopoguerra] in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano — non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo romanzo. L’essere usciti da un’esperienza – guerra e guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca». E' cosi che inizia il suo libro, Il sentiero dei nidi di ragno. L’urgenza di raccontare attraverso il fiabesco, una realtà dura e drammatica, il personaggio Pin, ha gli occhi e la profondità di Calvino, come una telecamera, registra tutto, si sofferma su alcuni dettagli, descrizioni di semplici gesti o scorci di scene in corso. Il lettore, è dentro la storia, accanto a Pin. Il sentiero dei nidi di ragno è sia un percorso fisico e sia un mondo immaginario. E’ l’occhio che Calvino usa per raccontare una storia che è anche la sua, partigiano lui stesso. " Dove fanno il nido i ragni? L'unico a saperlo è Pin, che ha dieci anni, è orfano di entrambi i genitori e conosce bene la radura nel bosco in cui si nascondono. È lo stesso posto in cui si rifugia lui, per stare lontano dalla guerra e dallo sbando in cui si ritrova il suo paese. Ma nessuno può davvero sfuggire a ciò che sta succedendo lì e nel resto d'Italia. Neppure Pin" A quasi 20 anni di distanza dalla prima pubblicazione del 1947, Calvino descrive quel romanzo come il frutto di del clima generale di un 'epoca. E' stato un libro capace di parlare a tutte le generazioni e ancora adesso il suo linguaggio cosi contemporaneo e fiabesco è in grado di raccontare una tematica difficile e dolorosa in modo autentico e creando un legame con il suo lettore. Nella prefazione dell'edizione del 1964, Italo Calvino, cita Fenoglio, riconoscendo pubblicamente il merito a lui di aver scritto il romanzo che tutti avrebbero voluto scrivere: Una questione privata . "E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata". Nel periodo del Dopoguerra, ci fu un'esplosione letteraria in Italia, c'era un'urgenza di raccontare, perché i giovani che avevano fatto la Resistenza, aveva un bisogno interiore di tramandare la loro esperienza. Tutta la popolazione era uscita dalla guerra, quindi tra chi scrive e il pubblico di lettori, c'è una comunione d'intenti. Ognuno aveva la sua storia da raccontare e soprattutto la libertà di esprimersi! 1* Edizione Il sentiero dei nidi di ragno, anno 1947 Pin è il protagonista del romanzo, un bambino, impertinente, sfacciato, in lotta con il mondo e in particolare col mondo degli adulti. La resistenza sulle alture ligure, viene raccontata attraverso i suoi occhi. Non sceglie di fare la Resistenza, ci si trova dentro, quasi per gioco ruba la pistola del tedesco che frequentava sua sorella " la nera del caruggio lungo " e da li parte tutta la narrazione. Viene catturato per questo furto e in prigione incontra Lupo Rosso, con cui decide di rimanere rinunciando alla possibilità di arruolarsi nelle Brigate nere, riescono ad evadere e per Pin inizia l'avventura partigiana. Dal basso della sua statura ed età, passa in rassegna tutti i partigiani, le loro debolezze e contraddizioni. Arrivare a non avere paura, questo è il fine dell'uomo Alcune caratteristiche legano questo romanzo al Neorealismo: racconto della Resistenza, punto di vista oggettivo sugli eventi. La storia è raccontata dal punto di vista di un bambino molto particolare, i partigiani non sono sempre presentati come eroi.

  • La letteratura della Resistenza: una pluralità di voci tra mito, disincanto e memoria

    La letteratura della Resistenza  rappresenta una delle stagioni più intense e complesse del Novecento italiano. Nata dalla carne viva della Storia, essa ha avuto il compito non solo di testimoniare  un’esperienza tragica e fondativa, ma anche di interrogarla  criticamente, contribuendo alla costruzione della memoria collettiva. Tra i molti autori che vi hanno preso parte, spiccano Beppe Fenoglio , Italo Calvino , Elio Vittorini  e Luigi Meneghello : voci profondamente diverse, eppure unite da una comune esigenza di restituire senso a una guerra che fu, prima di tutto, civile  e fratricida. Beppe Fenoglio – La Resistenza come ossessione privata In Una questione privata  (1963), Fenoglio affronta la Resistenza da una prospettiva individuale,  riducendo l’epopea collettiva a una vicenda personale di amore e gelosia . Il protagonista, Milton, si muove tra le Langhe non per colpire il nemico politico, ma per inseguire un frammento di verità intima: sapere se Fulvia, la ragazza amata, lo abbia tradito con l’amico partigiano Giorgio. La Resistenza diventa così scenografia tragica di un dramma interiore , in cui l’ideologia cede il passo a un’ossessione privata. L’“io” di Fenoglio è solitario, tormentato, e distante da ogni narrazione eroica. Il “noi” partigiano è appena abbozzato, frantumato in individualità spesso scollegate. I “loro”, i nemici, non sono figure centrali: il vero antagonista è il destino stesso , l’assurdo, l’impossibilità di comprendere il senso del tutto. Italo Calvino – La Resistenza come iniziazione e disincanto In Il sentiero dei nidi di ragno  (1947), Calvino adotta un punto di vista originale: raccontare la Resistenza attraverso gli occhi di un bambino emarginato , Pin. L’esperienza bellica è filtrata da uno sguardo innocente ma non ingenuo, che coglie le contraddizioni, le piccolezze e le ambiguità  dei combattenti. La guerra non è mitizzata, ma vista come fenomeno umano, caotico e imperfetto , in cui il bene e il male si confondono. Calvino costruisce così un “noi” partigiano fragile e sfaccettato , lontano dalla compattezza retorica. I nemici – i “loro” – non sono caricature malvagie, ma persone: soldati spaesati, gerarchi ridicoli, comparse tragiche. L’“io” di Calvino è esterno e osservatore, un filtro lucido e ironico, incapace di aderire del tutto all'ideale resistenziale. Elio Vittorini – La Resistenza come scelta etica e ideologica Ben diversa è la prospettiva di Elio Vittorini in Uomini e no  (1945), romanzo in cui la Resistenza è letta come scontro assoluto tra bene e male , tra umanità e barbarie. Il protagonista, Enne 2, incarna il combattente eroico, consapevole del proprio sacrificio  e della necessità della lotta. In Vittorini il “noi” è forte, identitario, totalizzante : chi sceglie di combattere è “uomo”, chi non lo fa – o peggio, chi sta dall’altra parte – è “non uomo”. L’“io” individuale è subordinato al collettivo, fuso in un’epica della resistenza. I “loro”, i fascisti, non sono umani: sono simboli, nemici assoluti, disumanizzati. È una narrazione morale e militante , che punta a costruire un modello di comportamento. Luigi Meneghello – La Resistenza come ironia e autocritica I piccoli maestri  (1964) di Meneghello smonta con lucidità e affetto il mito resistenziale. Il titolo stesso è ironico: i partigiani, giovani intellettuali improvvisati alla guerriglia, non sono eroi, ma apprendisti del vivere e del morire . L’autore adotta un tono autoironico, distaccato, a tratti affettuosamente grottesco . Il “noi” partigiano è raccontato con realismo e senza retorica, fatto di errori, incertezze, momenti comici. L’“io” narrante non si pone come guida morale, ma come testimone che riconosce i propri limiti. I “loro” (fascisti, repubblichini, tedeschi) sono nemici concreti, ma non demoniaci: la guerra è vista più come malinteso storico che come lotta mitologica . Meneghello porta la Resistenza dalla tragedia al racconto civile, umano, democratico. Una guerra civile mai digerita La pluralità di voci e sguardi sulla Resistenza mostra quanto questo evento sia stato complesso e contraddittorio , tanto sul piano politico quanto su quello esistenziale. Gli autori analizzati rifiutano, ognuno a modo suo, una visione univoca e celebrativa della guerra partigiana. Emerge una narrazione stratificata, dove l’eroismo convive con il dubbio, la militanza con l’ironia, l’azione con la fragilità. In particolare, ciò che emerge con forza da queste opere è la natura profondamente civile e interna  della Resistenza: una guerra tra italiani , tra visioni opposte del mondo, tra chi sceglie e chi rifiuta, tra chi combatte e chi resta a guardare. Questa realtà, a differenza di quanto accaduto in altri paesi europei, non è mai stata completamente elaborata  dalla coscienza collettiva italiana. La Resistenza è rimasta al contempo mito fondativo e ferita irrisolta , celebrata ufficialmente, ma spesso ridotta a strumento ideologico o rimossa nei suoi aspetti più scomodi. La letteratura ha avuto, e continua ad avere, un ruolo fondamentale nel tenere aperto il dialogo  con quella stagione: non per pacificare la memoria, ma per renderla viva, interrogante, plurale . Perché comprendere la Resistenza, nelle sue luci e nelle sue ombre, significa ancora oggi comprendere chi siamo stati e chi vogliamo essere .

  • “Piccoli maestri, grandi lezioni: dal libro di Meneghello al film di Luchetti”

    I piccoli maestri  (1998), diretto da Daniele Luchetti, è un film tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Luigi Meneghello. Ambientato nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, racconta la storia di un gruppo di giovani studenti universitari vicentini che, di fronte al crollo dello Stato e all’avanzata nazista, decidono di unirsi alla Resistenza. Privi di esperienza militare, guidati più da un’urgenza morale che da strategie concrete, questi ragazzi si improvvisano partigiani, affrontando la durezza del bosco, la paura, l’inadeguatezza e la confusione della guerra. Lontano dalla retorica dell’eroismo, I piccoli maestri  racconta una Resistenza fatta di tentativi, esitazioni e fallimenti, dove il coraggio si misura nella fatica di scegliere, nell’incertezza del fare la cosa giusta. I protagonisti non sono guerriglieri esperti, ma intellettuali in formazione, “piccoli” nel senso della loro inesperienza, ma “maestri” nella capacità di imparare dalla realtà, passo dopo passo, in un processo di maturazione etica e civile. Il film, come il romanzo, affronta temi profondi: la crescita personale in tempi straordinari, il rapporto tra pensiero e azione, l’impegno civile come costruzione quotidiana e non come mito. Luigi Meneghello, autore del romanzo, partecipò realmente alla Resistenza nelle formazioni di “Giustizia e Libertà”. Nato a Malo, in provincia di Vicenza, nel 1922, trasformerà l’esperienza partigiana in un libro uscito nel 1964, che ancora oggi rappresenta uno dei testi più lucidi e sinceri sulla guerra civile italiana. Con uno stile sobrio, ironico e distaccato, Meneghello non celebra sé stesso né idealizza i compagni: piuttosto, mette a nudo la realtà concreta della Resistenza, fatta di slanci e goffaggini, coraggio e confusione, in un racconto dove l’epica viene continuamente smontata a favore dell’umanità. Il film di Luchetti riesce, con coerenza e misura, a tradurre per immagini lo spirito del libro, evitando ogni eccesso retorico. Pur non potendo restituire appieno l’ironia linguistica e la profondità del testo scritto, la pellicola mantiene l’essenza del racconto: quella di una Resistenza civile, antieroica, imperfetta, ma autentica. Il tono realistico, il cast giovane e la scelta di una narrazione asciutta rendono il film un valido strumento di memoria e riflessione. I piccoli maestri  è, in definitiva, un’opera che parla con efficacia ancora oggi, ricordandoci che resistere non è soltanto combattere, ma soprattutto imparare, scegliere, agire, anche quando non si è pronti. Una lezione etica e umana, mai ostentata, ma profondamente necessaria.

  • Frida Kahlo: la nascita di un mito

    Il mito di Frida Kahlo prende vita dal 1953, è in quell’anno che nasce la “ Fridomania ” Si inizia a creare una leggenda attorno alla sua biografia: artista tormentata, segnata dalla sofferenza e da cicatrici interne ed esterne. Il suo desiderio frustrato di essere madre e la morbosa relazione con un uomo, Diego Rivera, che era il suo opposto. Frida Kahlo: Diego nei miei pensieri (Autoritratto come Tehuana), 1943 olio su tela “ Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego ” . Nel 1953 , si tenne la prima mostra personale di Frida Kahlo a Città del Messico, il mondo dell’arte internazionale venne conquistato dal suo stile inconfondibile: le tele erano caratterizzate da colori accesi, immagini fantastiche mescolate a dolore e sofferenza e arti dilaniati, sangue, gessi  ma anche animali esotici e oggetti tipici della cultura messicana. Fu proprio da li che tutto ebbe inizio, non c’è una spiegazione razionale, forse perché è cosi umana e allo stesso tempo mitica. La sua figura ben presto ha superato le sue stesse opere e la straordinaria capacità pittorica. Frida si è trasformata nel tempo in una vera figura di culto, imitata e santificata. Oggi la sua popolarità supera quella di qualsiasi altro artista del passato: immortalata in poster, calendari e capi di abbigliamento. Frida è attuale e contemporanea in tutte le epoche, un mito intramontabile. "per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza". La leggenda di Frida, trova il suo terreno fertile nel mito romantico dell’artista ma anche nella figura della donna che lotta contro le avversità, la sua storia personale, le dona un’aura di eroina in cui le persone comuni si possono rivedere: la sofferenza fisica, la mancata maternità e i continui tradimenti del marito. Il mito Frida Kahlo ha oltrepassato anche la notorietà di suo marito Diego Rivera che durante gli anni della loro attività artistica, era anche più famoso di lei perché è stato l’esponente di spicco dell ’arte del Murales . Diego Rivera è stato un precursore, di quella che è oggi la Street Art , negli anni della sua attività artistica dipingeva metri su metri di edifici nel centro storico di Città del Messico, ma anche negli Stati Uniti; le sue creazioni a sfondo sociopolitico creavano scandalo, come nel caso di “ El Hombre in cruce de caminos ” realizzato sulla parete del Rockefeller Center di New York. Le opere di Frida in parte sono state ispirate non solo dalla tradizione messicana ma anche dall'arte precolombiana, una passione che condivideva con Diego; infatti nel museo di Frida Kahlo a Città del Messico: Casa Azul , sono presenti fotografie a testimonianza che erano circondati nel loro contesto quotidiano di questi oggetti. Casa museo Azul Il nome deriva dalle pareti blu cobalto dell'edificio, è una casa museo dedicato alla vita e alle opere di Frida Kahlo. Il museo sorge nel quartiere Colonia del Carmen di Coyoacán a Città del Messico. È la casa casa in cui è cresciuta, ha vissuto con suo marito Diego Rivera per diversi anni, ed è morta in una stanza al piano superiore. Nel 1957 , Diego Rivera donò la casa al governo messicano perché venisse trasformata in un museo in suo onore. Dopo la morte di Frida, Diego trascorse gli ultimi anni della sua vita a testimoniare il suo talento nella Storia dell'arte: " Frida è la prima donna nella Storia dell'arte ad aver affrontato con assoluta e inesorabile schiettezza, si potrebbe dire in modo spietato ma nel contempo pacato, quei temi che riguardano esclusivamente le donne ". Frida e l'arte tutta al femminile Specchio di se stessa, la pittura di Frida è quella delle apparizioni, delle ossessioni, delle sue paure e fragilità; questo uno tra i motivi per cui la sua arte è apprezzata da tutte le generazioni, e anche chi non si intende ti arte è in grado di entrare in dialogo con la tela. Inoltre, la drammatica rappresentazione del dolore tutto al femminile, crea un legame simbiotico con le donne che si avvicinano alla sua arte. Frida riesce a dare visibilità al tormento interiore in modo semplice ed immediato. I colori utilizzati: il rosso acceso, il blu e il verde intenso, attirano l'attenzione dello spettatore; mentre gli oggetti che animano il dipinto danno un senso di fiabesco, che permette la comprensione di contesti difficili in modo meno traumatico. Albero della speranza (1946) Tra i procedimenti di Frida per raccontare i temi che l'hanno ispirata, c'è quello di mettere a confronto la propria immagine sdoppiata per produrre una terza immagine. Esaminiamo il dipinto, più famoso: Los dos Fridas in questo dipinto Frida si mostra in tutta trasparenza nel suo momento di sofferenza, perché era in crisi con il marito Diego Rivera, vengono rappresentate due Frida: una Frida con abiti tradizionali messicani, che è quella amata da Diego, e l'altra Frida, con abiti europei è quella rifiutata da Diego. I cuori delle due donne sono collegati tra loro da una sola vena. La parte europea di Frida rischia di morire dissanguata. Il dipinto può essere interpretato anche come le due anime di Frida, in perenne conflitto con se stessa; la parte messicana destinata a prendere il sopravvento e quella dell'artista sedotta dalle mode europee, per questo rifiutata dal suo mondo originario. Il dolore viene marcato dal cielo tempestoso che fa da sfondo alle due Frida, le figure appiano come se fossero incastonate nello sfondo. Frida rifiuta in modo assoluto di essere catalogata, descritta da una sola parola o da un concetto. Nella maggior parte delle descrizioni storiche viene definita "surrealista" per via del suo stile pittorico incline alla rappresentazione delle visioni oniriche. " Pensavano che io fossi surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto i sogni. Io ho sempre dipinto la mia realtà ".

  • Frida Kahlo: la passione per i gioielli precolombiani e la tradizione messicana

    Frida Kahlo aveva una predilezione per le pietre e i monili precolombiani, in molti dei suoi dipinti sono presenti perle intagliate precolombiane ; i gioielli hanno un ruolo centrale e sono nella maggior parte delle rappresentazioni, privi di ornamento e mai eccessivi. Frida accumulava collezioni di perle precolombiane che utilizzava per creare le sue collane, presenti nella maggior parte delle sue tele. Nel dipinto: “ Autoritratto con collana ” del 1933, realizzato durante la sua permanenza a New York, Frida indossa una vistosa collana di perle di giada colombiane. È  un autoritratto raffinato ed elegante. Autoritratto con collana, 1933 La collana appare a colpo d'occhio pesante, proprio come i suoi ricordi; attraverso gli oggetti tradizionali che rappresentano la sua terra, vuole condividere con il pubblico la sua essenza interiore, i suoi tormenti, ed è proprio questo particolare che fa la differenza. Lo sfondo è mistico e lattiginoso, cosi da dare risalto alla figura in prima piano. Autoritratto con treccia, 1941 L' autoritratto con treccia è stato realizzato poco dopo il 2° matrimonio con Diego, si avete capito bene, perché Frida si è sposata ben 2 volte con il suo Diego, ah l'amour fou . I capelli sono raccolti ed intrecciati con fili di lana, seguendo la tipica acconciatura azteca. Al collo porta una collana messicana, composta da un grosso pezzo tubolare al centro, affiancato da una piccola maschera maschile, da una chiocciola rotta e su ciascun lato, da altri piccoli tubi alternati a pietre di giada. " Dipingo autoritratti perché sono spesso sola, e perché sono la persona che conosco meglio " cosi amava motivare la sua propensione agli autoritratti. Frida è stata la prima donna artista a fare del suo corpo un manifesto, si focalizzava sulla figura femminile, in tutte le sue peculiarità. Nello stesso tempo era sua ferma intenzione anche diventare un'icona di " messicanità ", ed un ruolo centrale in questo processo è legato agli abiti di scena e agli ornamenti, dove non potevano mancare i gioielli, i corsetti e gli abiti tipici dipinti a mano. Perfino per il suo matrimonio, nel 1929, indossò la camicetta e la gonna di una cameriera di famiglia piuttosto che il più tradizionale abito da sposa bianco. foto del 1° matrimonio tra Frida e Diego Rivera, 21 agosto 1929 Non solo optò per questa moda nuziale inconsueta, ma decise di fissarla per sempre in un dipinto eseguito tre anni dopo, nel dipinto “ Frida e Diego Rivera ”. Nell’identità messicana che Frida costruì giorno dopo giorno, era importante la rivalutazione del passato indigeno e delle tradizioni folkloriche pre-colombiane, che lei indossò e dipinse durante tutta la vita: sono famosi il copricapo floreale, il huipil (una blusa dalle forme squadrate) e la lunga gonna; abiti che da una parte la aiutavano a nascondere la disabilità di cui soffriva (per via della poliomielite e poi del gravissimo incidente), dall’altra erano un omaggio “femminista” alle radici della società matriarcale messicana. Non si trattava di abiti messicani qualunque, ma di quelli delle società matriarcali Tehuantepec , che riproponevano l’immagine di una donna forte ed energica. I vestiti di Frida non erano solo messicani, sceglieva tessuti esotici provenienti dalla Cina, pizzi europei e coloratissimi filati messicani che poi il sarto assemblava per dare forma alla sua visione originale e personale. Portava inoltre corsetti ortopedici, occhiali da sole e costosi profumi europei, ed era solita dipingersi di rosso le unghie. Un eclettismo che testimonia il clima di apertura internazionale e di effervescenza culturale di Città del Messico. Quando, nel 1954, morì per un’embolia polmonare, Frida lasciò moltissimi oggetti personali: i gioielli precolombiani regalateli dal marito, abiti, scialli colorati, scarpe, gonne, sottogonne, corsetti. Diego Rivera li chiuse in bauli ammassati nella stanza da bagno della loro casa a Città del Messico, “Casa azul”, oggi il Museo Frida Kahlo. Nel 2004 i bauli furono riaperti, e i 300 reperti inediti catalogati dal Museo ed esposti.

  • Frida Kahlo: i dipinti con gli animali

    Frida dipingeva per esternare il suo dolore ed elaborare i drammi della sua esistenza: dalle invalidità fisiche, alla mancanza di un figlio, ma anche l'amore per la sua terra il Messico. Non mancavano tuttavia anche gli animali nei suoi dipinti: dai colibrì, ai cani e alle scimmie ragno. Gli animali per lei erano componenti della famiglia, aveva precorso i tempi! Nella contemporaneità in cui viviamo, è normale, tutto questo, ma agli inizi del secolo scorso non era cosi. Gli animali nei suoi dipinti non avevano la funzione di abbellire o fare da contorno, ma erano parte integrante della storia da raccontare, alcuni in particolare avevano anche un rimando alla simbologia precolombiana e azteca. Frida possedeva cani di razza Xoloitzcuintle (Cane nudo messicano), nella mitologia azteca il cane assumeva un valore simbolico: il signore dell’oltretomba Mictlantecuhtli aveva il compito di accompagnare il defunto attraverso i nove livelli del mondo dei morti. Il nome della razza canina deriva dall’unione delle parole Xolotl e itzcuintle  e cioè “cane del dio Xolotl“. La presenza del cane assume diversi significati a seconda del contesto in cui viene dipinto. Autoritratto con scimmia, 1945 Nel dipinto " Autoritratto con scimmia ", realizzato nel 1945, Frida, la scimmia ed il cane, sono collegati da un nastro dorato, che chiude il suo percorso avvolgendo la firma dell’artista in alto a destra. La scena sembra richiamare le tre scimmie della tradizione buddista: il primate con gli occhi sgranati che non vede il male, Frida con le labbra serrate che non parla del male e il cane con le orecchie prominenti che non sente il male. La statua in terracotta alle spalle di Frida, rappresenta il suo amore per l’antica cultura del Messico e anche un' esperienza collocata nel passato della quale non riesce a parlare. Gli animali sono i suoi confidenti, che rimarranno per sempre tali perché non possono parlare. In questo dipinto, il cane ha il significato simbolico di protezione ed empatia. Frida fotografata con uno dei suoi cani di razza Xoloitzcuintle Frida in giardino con i suoi cani Le scimmie ragno , che troviamo in molti suoi dipinti, sono diffuse nell'America centrale e meridionale, hanno una coda prensile robusta, che funziona come un arto; una caratteristica particolare è che sono organizzate con modelli femminili capobranco. Nel dipinto " Autoritratto con scimmia " la scimmia nel dipinto rappresenta la lussuria ma anche l'affetto profondo e protettivo. Il nastro rosso parte dall’acconciatura dei capelli avvolge il collo della scimmia e fascia anche il collo di Frida. La zampa della scimmia appare come un prolungamento della treccia di capelli. Anche se a colpo d'occhio può apparire un’atmosfera inquietante, tuttavia la scimmia rappresenta un abbraccio protettivo. Autoritratto con scimmia, 1940 Anche i pappagalli hanno un loro significato simbolico, vengono dipinti in un momento specifico della sua esistenza, quando sta per sposare una seconda volta Diego Rivera, nel 1941. I pappagalli rappresentati sono pappagalli amazzoni , diffusi in America Centrale; la loro presenza è da collegare alla mitologia greca, in particolare alla figura della Amazzoni, donne guerriere. Io e i miei pappagalli, 1941 Nel 1945, Frida dipinse " Il pulcino ", quest'opera nasconde un significato particolare, non di immediata comprensione. Ci sono due scuole di pensiero tra gli storici dell'arte, la prima sostiene che il pulcino nel dipinto sia la parte fragile di Frida: in quegli anni era in corso una nuova crisi con Diego Rivera, la scomparsa di suo padre e il peggioramento della sua cagionevole salute, tutto questo la rese senza forze; nel dipinto il pulcino è minacciato da due ragni e resta fermo, immobile in attesa del suo destino. Per la seconda invece, il pulcino rappresenta Diego Rivera, che sta su un ramoscello spezzato, incurante della situazione che lo circonda. Il ramo spezzato è la relazione con Frida, mentre i lillà che fanno da sfondo alla scena, nel linguaggio dei fiori, rappresenta la fedeltà. In questo dipinto, i fiori sono intrappolati in una ragnatela e sono minacciati da diversi insetti. Se guardate attentamente il dipinto, vedrete che c'è un bruco, il simbolo della morte, perché entra nel corpo umano nel momento della sua decomposizione. Il pulcino, Frida Kahlo 1945 (olio su tela) Una terza interpretazione viene fornita da Juan Rafael Coronel Rivera , esperto dell'arte di Frida Kahlo e Diego Rivera: l'intento di Frida è di raccontare in modo fiabesco, una lezione di morale. Lo stesso anno del dipinto venne sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima, era il 06 agosto 1945. Autoritratto con collana di spine e colibri, 1940 I colibri , invece nella cultura messicana, rappresentano l'innamoramento. Nel dipinto " Autoritratto con collana di spine e colibrì " del 1940, acquisisce un significato diverso. Si tratta di un dipinto molto piccolo, Frida è in primo piano, sullo sfondo del fogliame, le sopracciglia sporgenti mettono in risalto il volto e una collana di spine le stringe il collo, con le radici che si espandono verso il basso. Un colibrì piccolo e nero, che sembra morto, pende dal suo collo, come se fosse un ciondolo. Frida è circondata da insetti e animali come in una giungla: una scimmia ragno e un gatto nero. Nella simbologia messicana, la scimmia rappresenta la malvagità, mentre il gatto nero è simbolo di sfortuna. Il paesaggio naturale alle sue spalle simboleggia la fertilità ed è in contrasto con le immagini di morte in primo piano. Da una ricerca storica sulla vita di Frida Kahlo, è venuto alla luce un particolare legato alla scimmia: Diego Rivera regalò a Frida una scimmia ragno; nel dipinto preso in esame, la scimmia rappresenta Diego perché sta tirando la collana di spine attorno al collo di Frida, e le provoca dolore. Tuttavia, Frida dipinge anche le farfalle e le libellule che simboleggiano la risurrezione. Nei suoi dipinti, inserisce un elemento di speranza e di apertura verso nuove possibilità.

il tuffatore di Paestum
Ioien

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